lunedì 25 maggio 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

Recensione di Cade la terra di Carmen Pellegrino



LA TRAMA:

Alento è un borgo abbandonato che sembra rincorrere l’oblio, e che non vede l’ora di scomparire. Il paesaggio d’intorno frana ma, soprattutto, franano le anime dei fantasmi corporali che Estella, la protagonista di questo intenso e struggente romanzo, cerca di tenere in vita con disperato accudimento, realizzando la più difficile delle utopie: far coincidere la follia con la morale. Voci, dialoghi, storie di un mondo chiuso dove la ricchezza e la miseria sono impastate con la stessa terra nera. Capricci, ferocie, crudeltà, memorie e colpe di un paese di “nati morti” che si tormenta nella sua più greve contraddizione: voler essere strappato alla terra pur essendone il frutto. Cade la terra è un romanzo che acceca con la sua limpida luce gli occhi assonnati dei morti: sembra la luce del tribunale della storia, ma è soltanto il pietoso tentativo di curare le ferite di un mondo di “vinti”, anime solitarie a cui non si riesce a dire addio perché la letteratura, per Carmen Pellegrino, coincide con la loro stessa lingua nutrita di “cibi grossolani”. Seppellirli per sempre significherebbe rimanere muti. Ma c’è orgoglio e dignità in queste voci, soprattutto femminili. Tornano in mente le migliori pagine di Mario La Cava, Corrado Alvaro e Silvio D’Arzo: prose appenniniche pietrose ed evocative, come di pianto ricacciato in gola, la presa d’atto dell’impossibilità d’ogni epica.

LA MIA OPINIONE:

Questo romanzo è una lettura insolita, sorprendente, così lontana dalle mode e dai gusti letterari del momento da sembrare del tutto fuori dal tempo e dallo spazio. In fondo, credo che questo sia proprio il senso più profondo del libro: non esiste un tempo ben definito, nettamente stratificato in "passato-presente-futuro", ma piuttosto un continuum dato dal passato che infesta il presente e che, inevitabilmente, lancia le sue ombre sull'avvenire. Carmen Pellegrino teorizza l'abbandonologia, parola che ho imparato ad amare, e lo fa attraverso personaggi che non sono in grado di comunicare tra di loro, che abitano il passato e il presente sfiorandosi come fantasmi senza mai riuscire a comprendersi, a prendersi. La voce narrante, quella di Estella (nome profondamente dickensiano), è imponente, ingombrante. E' la voce di una persona che, annaspando nella propria solitudine, ha bisogno di nutrirsi del dolore degli altri per poter trovare una via di fuga dalla propria sofferenza. Al suo fianco, sfuggente, c'è Marcello, enigmatico contraltare di Estella, il ragazzo che non riusciva ad accettare la diversità culturale e sociale degli altri ed era magro e pallido come un malato. Il romanzo si snoda tra passato e presente ricostruendo, volta per volta, dolorosi cammei della vita degli altri fino a formare il quadro completo di Alento, il paese fantasma costantemente minacciato dalla frana. Cade la terra non è semplicemente un titolo, ma anche la metafora dello sgretolarsi del tempo nel tempo, della caducità della vita del mondo, dell'inevitabile crollare delle certezze precostituite. Consiglio questo romanzo a chi ha bisogno di una lettura diversa, intensa, profonda. Questo non è il solito libro, e già questo dovrebbe spingervi immediatamente a leggerlo.

voto: ****/5
domenica 10 maggio 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

Segnalazione: Il furto dei Munch di Barbara Bolzan


Chi mi segue da tempo sa quanto amo Barbara Bolzan e i suoi libri. In passato ho recensito Rya - La figlia di Temarin e ho letto e apprezzato molto L'età più bella, entrambi romanzi che vi consiglio. Oggi vi parlo di Il furto dei Munch, un libro molto particolare che mi incuriosisce moltissimo e che aspetto con ansia di poter leggere. Ecco qui tutte le informazioni in merito:

Barbara Bolzan

IL FURTO DEI MUNCH


SINOSSI:

Il 5 aprile 2004, un commando mette a segno una spettacolare rapina alla banca di Stavanger, in Norvegia. Il 24 agosto 2004, dal Museo Munch di Oslo vengono sottratti i dipinti L'Urlo e Madonna. Due fatti apparentemente non correlati, ma che trascineranno il lettore in una vertigine di intrighi, pericoli e misteri, portandolo nel cuore del mercato nero, dell'arte e della musica. Quando i dipinti scompaiono, infatti, lasciando dietro di sé una scia di morte, Agata Vidacovich, coinvolta nel traffico d’arte, tenterà di venire a capo dell'intricata vicenda, mettendo a dura prova le proprie certezze. Sposata con un pianista di fama internazionale che ha ormai rinunciato alla propria carriera e al quale ha sempre mentito riguardo alla propria vera vita, Agata si ritroverà costantemente sul filo del rasoio, costretta a mettere a repentaglio tutto quello che ha di più caro per venire a capo di questo mistero. Dove sono finiti i quadri? Un thriller avvincente, che si snoda tra Milano, Oslo e Trieste e che tiene il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.

UN ESTRATTO: (l'incipit)

EPILOGO 

 Oslo, 2 settembre 2006 

 Quando Max morì, già un’altra persona aveva perso la vita, ma nessuno ritenne che i due decessi fossero in qualche modo correlati. Arne Klungland era un poliziotto. Stava facendo il proprio dovere quando fu raggiunto dalla pallottola. Era il 5 aprile del 2004. Alla banca di Stavanger, una città a sud della Norvegia, il commando di David Toska stava effettuando quella che fu definita la spettacolare rapina Nokas, nel corso della quale furono sottratti dieci milioni di dollari. Max morì il 13 febbraio del 2006. Anche lui stava facendo il proprio dovere. In un appartamento della periferia milanese, sorvegliava una donna del valore di dodici milioni di euro. Qualcuno si adoperò affinché questo particolare non trapelasse, e la sua morte fu definita un incidente. Allo stato attuale dei fatti, ciò che l’Organizzazione sa o pensa non mi importa, né mi importa ciò che sa o pensa Iver Berg, l’Ispettore che aveva preso in mano le indagini. Dopotutto, quale che sia la verità, a ventiquattro mesi esatti dalla scomparsa, una donna è stata ritrovata. 
È nuda dal busto in su. 
È sfregiata e sfigurata. 
 Malgrado ciò, è bellissima. 
 Lei è bellissima. 

 Prima che tu lo dica: sì, hai letto bene. Si tratta dell’incipit. Sì, lo so perfettamente che l’epilogo si pone alla fine del libro. Sì, lo so che dovrebbe quanto meno esserci prima un prologo. Allora: perché cominciare un romanzo dall’epilogo? Il libro è la domanda. Il libro è la risposta.

L'AUTRICE:

Barbara Bolzan nasce nel 1980 in provincia di Milano. Pur non abbandonando mai il suo primo amore per la recitazione, durante l’adolescenza si avvicina al mondo della scrittura e comincia a partecipare con successo a premi letterari nazionali e internazionali. Pubblica il primo volume di narrativa nel 2004, con la prefazione del Professor Ezio Raimondi (Accademico dei Lincei e docente di Italianistica all’Università di Bologna): un excursus medico-narrativo sulle problematiche adolescenziali associate all’epilessia (AICE, Bologna, 2004). Nel 2006, in seguito alla vittoria del Premio Internazionale Interrete, pubblica Il sasso nello stagno, un romanzo sul difficile rapporto padre-figlia, nel quale la narrativa procede parallelamente agli studi linguistici e filologici (Prospettiva Editrice, Roma, 2006). Rya - La figlia di Temarin esce nel 2014 (Butterfly Edizioni, Correggio). Figlio della sua passione per la storia e per la manipolazione della realtà, questo romanzo storico-fantasy costituisce il primo volume della saga che prende il nome dalla sua protagonista (La saga di Rya). Di recente pubblicazione, L’età più bella (Butterfly Edizioni, Correggio, 2014) riprende in chiave nuova i temi già affrontati in Sulle Scale. Con Il furto dei Munch, già finalista al prestigioso premio Alabarda d’oro - Città di Trieste 2010 e presentato nel 2012 nel corso della serata conclusiva del Festival di Sanremo, all’interno della rassegna Casa Sanremo Writers, arte e musica si fondono col genere giallo. Ha tenuto corsi di scrittura creativa nei licei e, attualmente, collabora come editor e illustratrice con diverse realtà editoriali.
giovedì 30 aprile 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

Hai dimenticato le tue mani a casa mia

Hai dimenticato le tue mani a casa mia,
Io una lettera tra i tergicristalli
Della tua piccola auto blu.   
Tu non mi leggi nella bugia del vetro,                                                           Guidi cieca nel vento che ti assorbe
E io non so più, dalle tue mani,
Ricordare la carezza che eri.

(B.C.)

giovedì 26 marzo 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

Voce del verbo suonare. Una storia d'amore

Diciamo che sono sempre stata una capra, al pianoforte. Sono al decimo anno di conservatorio (vecchio ordinamento) e questi dieci anni mi hanno portato gioie e dolori. Le più grandi gioie. Un grande amore. Diversi grandi dolori. Whatever. Comunque non sono affatto una pianista degna di nota, e non lo dico per modestia: sono una capra sul serio. So quando so fare una cosa e so anche quando non la so fare. Rimandero' il diploma in eterno, lo so già, finirò in ultra-fuoricorso ma il fatto è che per anni ho detestato il pianoforte. L'ho detestato perché suonarlo mi ha letteralmente cambiato la vita, perché per "colpa" sua ho vissuto esperienze che non avrei mai voluto vivere, perché sono successe tantissime cose in questi dieci anni e alla fine ho detto "ehi, pianoforte di merda, io ti odio". Ma, come diceva il mio primo fidanzato (era il 2007, long time ago), l'odio non è il contrario dell'amore: l'indifferenza lo è.  Fino a quando odi qualcosa, la stai ancora amando. E così oggi mi sono detta: okay, ora suono. Non studio: suono soltanto. Ho accantonato per un giorno tutti i pezzi del diploma e ho preso tutti i miei brani preferiti, tutti i pezzi più importanti della mia intera storia pianistica. Roba non troppo complessa, pezzi che potessi suonare senza smadonnare. Ho iniziato dalla Sonatina 1959 di Kachaturian, il mio pezzo preferito in assoluto. Tre movimenti, di cui il secondo straripa di poesia dolcissima. È incredibile la memoria delle mani: non suoni un pezzo per anni, neanche sapevi di ricordarlo eppure lo trovi lì, intatto, e le tue dita sanno esattamente cosa fare e dove andare. Il terzo dei pezzi facili di Bach. Sherazade dall'Album della gioventù di Schumann. Il n.18 dalle Romanze senza parole di Mendelssohn (stanza n.27 del conservatorio, un mercoledì lontano, ore 18, le finestre aperte e una pioggerellina di primavera che bagna i vetri). La sonata op.27 n.2 di Beethoven. Ricordavo tutto e ogni nota era una gioia macchiata di dolore, un dolore macchiato di gioia. Perché sempre, ogni volta che ho visto un pianoforte entrando in una stanza, ho provato ciò che si prova quando si incontra un amore perduto: quella nostalgia pungente, il pensiero che fino a qualche anno fa quel dolore era amore, era un passeggiare mano nella mano e poi chissà cosa n'è stato di noi. Presto o tardi mi diplomero' e lascerò per sempre il conservatorio. Che cosa resta di un amore? Chissà. La certezza che non tornerà più, forse. La malinconia sottile di un pezzo di Mendelssohn quando fuori piove ed è un mercoledì di tanti anni fa che però ricordo. Eccome se ricordo. Ancora.

lunedì 23 marzo 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

Un etto di silenzio - Racconto.

Nel vagone della metro non rimaneva più nessuno; solo lei. Vent'anni meno un giorno, troppe mentine triangolari ricoperte di zucchero e una gonna blu a pieghe. Passata Bayside restavano solo il capolinea, Howth, il mare. Un etto di silenzio tagliato sottile dal rumore laminato delle rotaie. E così era tutta lì, la vita adulta. Anni e anni passati a domandarsi come sarebbe stata ed era tutta lì, nell'ultima corsa della metro. Tara St.-Howth, poco dopo la mezzanotte. La vita adulta era stare seduta per venticinque minuti sul sedile verde di plastica e guardare fissamente un punto qualunque oltre il finestrino. Tornare a casa dopo tante ore di frittura fin dentro i capelli e pochi euro in più, tanto per prendere l'ombrello di plastica trasparente da Penney's. E poi c'era stato lui che stava nella sua vita come una citazione colta in un racconto: ingombrante. Magro era magro, ma è che aveva un ego che ti abbracciava tre volte allacciandoti con braccia lunghissime e lei, beh, non ce la faceva. E i vent'anni avevano smesso di minacciarla, pure. Ora stavano lì, inerti, cullavano gli scompartimenti della metro, accompagnavano lei nei fumi del fast-food e poi sui binari fino a casa. E c'era il mare oltre la stazione, i tetti, da qualche parte impigliato tra le ali dei gabbiani. È solo che non c'era tempo per vederlo. Ancor meno per ricordarsi che era lì, che c'era sempre stato.

(BC - Riproduzione riservata)

sabato 21 marzo 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

A calci nell'orecchio

E così oggi mi sono presa una ginocchiata in faccia e nell'orecchio destro. Che avrò fatto di male? Oh nulla, ero in autobus e leggevo Hunger games. Accanto a me c'era un ragazzo con un evidente ritardo mentale, lasciatemi dire le cose come stanno che i fronzoli democristiani non fanno per me. I cari compari del pullman, gente adulta che si batte per non dire "handicappato" - è offensivo! - ma "diversamente abile", quella stessa gente lo spingeva a ballare e a cantare, ridendo a crepapelle per i suoi movimenti goffi. Uno di quei movimenti goffi si è schiantato contro la mia faccia. Sorvoliamo sul dolore tremendo all'orecchio che ho ancora: loro hanno riso. Tutti a ridere. Giù risate come fossimo al cinema a vedere Bisio e non mi fossi presa una ginocchiata gratis che poteva danneggiarmi seriamente. "Mo l'ada accid la wagnedd" ha detto uno. I ragazzini. I trentenni. Le sciacquette col viso truccato da bambola. Teste vuote. Siamo caproni. Bestie. Millenni di progresso, di storia, di guerre perdute e vinte, di dolori, di morti, di rivoluzioni, di bandiere, di statuti, di leggi, di religioni, e poi. Poi questo. L'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Dio doveva essersi fatto due birrette di troppo, quel giorno.

sabato 14 marzo 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

1934 di Alberto Moravia

Vado fiera della mia personale libreria, principalmente perché molti libri sono ormai introvabili o fuori catalogo o dimenticati dai lettori. Non sono tipo da classifica. Se un libro è in classifica, al 90% dei casi aspetterò che sia passato di moda per leggerlo. Non mi piace leggere ciò che leggono tutti perché non mi piace pensare ciò che tutti pensano e noi, si sa, siamo ciò che leggiamo. Fatta questa premessa snob, ve lo dico: leggete 1934 di Moravia. Che roba è? È roba forte. Inizia come Mann, continua come Svevo, esplode nell'ultima parte come Pirandello in un crollare di maschere e identità e cupa disperazione. Nel finale, il dialogo tra il protagonista e Shapiro è di una genialità disarmante. Finché c'è disperazione c'è vita, non le pare? I guai cominciano con la speranza. In questo libro Moravia inietta uno spirito che, più che italiano in senso stretto, è profondamente mitteleuropeo (non a caso ho citato Svevo). La crisi identitaria che è alla base del romanzo riecheggia proprio la Mitteleuropa, geograficamente e politicamente instabile, confusa, sospesa tra diverse identità e nessun vero "Io sono". Il romanzo è ambientato a Capri, ma è come se non fossimo veramente lì. È Capri, ma dardeggia il fantasma di Trieste. Bealte è Trude, Trude è Bealte e nessuna delle due è se stessa eppure sono un unicum. E poi c'è Sonia, ex rivoluzionaria che porta incisa nelle rughe l'utopia irrealizzabile del "mondo bello". E c'è tanto, tantissimo altro. E dovreste leggerlo. Vi prego. Mollate 50 sfumature e tutte quelle porcate. Questo è un vero romanzo erotico. La senti, la tensione che attraversa le pagine. La percepisci in punta di carta. Leggetelo. Poi tornate qui ché ne riparliamo.