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sabato 9 luglio 2016 | By: Unknown

rEvolution

Who made this?


Notte. Retrogusto di tabacco, voci di grilli in lontananza. Questi ultimi giorni sono stati intensi, tra liti furibonde e tazzine di caffè rovesciate, bicchieri d'acqua ricevuti in pieno viso e lunghe passeggiate per evitare determinati luoghi e determinate persone. Mai come in questi giorni la mia città mi è sembrata un campo minato. Ho dovuto rivoluzionare tutte le mie abitudini, cambiare fermate dell'autobus, cambiare bar, librerie, tutto. E, come dopo ogni terremoto, adesso sto sopportando le scosse di assestamento. Eppure, strano ma vero, è quasi divertente. E' difficile ma bello, dopo tanto tempo, spingersi più in là, entrare in un bar sconosciuto, incontrare nuova gente, provare qualcosa di nuovo. Intanto ho quasi finito di scrivere IL romanzo. Dico IL perché è il libro che più sento mio - pur essendo diversissimo da tutto ciò che ho scritto precedentemente e che ancora porto avanti - ed è doloroso e ha avuto una gestazione difficile e sono due anni che lo prendo, lo mollo, lo riprendo, lo distruggo, lo ricostruisco, lo rivoluziono. Lui cambia, io cambio. Incontro gente e questa gente cade accidentalmente nel libro e lo trasforma e intanto anch'io mi trasformo.

And this?


Ho un insano bisogno di scattare foto e di andare al mare - una cosa non esclude l'altra. Tra pochi giorni mi laureo, di nuovo. Ieri sono uscita per comprare il vestito. Mi sono data dieci minuti, non avevo tempo da perdere. Sono entrata nel primo negozio, ho preso un vestito, l'ho provato, perfetto, venti euro e sono uscita. Era pure in saldo. Poi sono andata a rinchiudermi sotto il gazebo all'aperto di uno dei miei nuovi bar - e no, questa volta niente nomi, sono in incognito - ho acceso una sigaretta, ho ordinato un caffè e ho ricominciato a scrivere. Amo scrivere nei bar: quel brusio sommesso, la confusione sottile, il calore umano mentre tu sei lì, nella tua bolla, che vedi tutto e registri tutto ma non puoi essere toccato da niente. Ah, dimenticavo: ho una serie di arretrati da pubblicare sul blog. Vi lascio un piccolissimo calendario, così, tanto per capire se è il caso di aprire questo piccolo angolo di rete anche domani e dopodomani e il giorno dopo dopodomani.


  • Domenica 10 - Diario di viaggio (sono stata a Bologna, sola soletta, dal mio amato Hopper)
  • Lunedì 11 - Book Challenge 2016: Parte 1 (con mini-recensioni. La prima parte include i primi 10 libri che ho scelto e già letto per la mia challenge. Se volete partecipare, la trovate qui)
  • eppoiboh

Quasi quasi esco e fumo un'altra sigaretta. Anche se è buio. Anche se indosso una camicia da notte imbarazzante, gli occhiali e il pinzone. Anche se ma sì ma dai. Fumosa buonanotte a voi. 
domenica 3 gennaio 2016 | By: Unknown

Bridge of spies - Il ponte delle spie


Primo gennaio 2016, un pranzo dalla cognata, una sigaretta sul balcone nel freddo ventoso del nuovo quartier Sant'Anna di Bari e un unico imperativo: scovare un film decente e andare al cinema. Salvo piccoli imprevisti (gente raffreddatissima che ti starnutisce addosso, gomme da masticare rumoreggianti e comitive di ultracinquantenni che si fanno i selfie durante la proiezione), il cinema è di solito un luogo caldo, confortevole, romanticamente polveroso, profumato di pop corn e di burro. Il posto ideale per trascorrere il primo giorno dell'anno nuovo, insomma. Così, iniziamo a controllare le programmazioni di Galleria, The Space, Showville e becchiamo ovunque solo e soltanto Checco Zalone. Parentesi: stimo tantissimo Checco e poi, diamine, siamo pugliesi, però, Cristo santo, non è che devi riempirmi tutte le sale fino a data da destinarsi. Alla fine troviamo Il ponte delle spie in una saletta del Metropolis di Mola e allora via, venti chilometri per andare a vedere un film. Se ne è valsa la pena? Sì, direi proprio di sì.


Poiché questa non è una recensione ma è, come mio solito, un mix di pensieri scritti di pancia, vi rimando a un articolo molto più completo e interessante sul tema. Per quanto mi riguarda, questo è forse uno dei film più "tranquilli" di Spielberg, nonché uno dei più eleganti. Chic è infatti la confezione e, sin dalla primissima inquadratura, si ha la sensazione di essere di fronte a un prodotto di alto livello. Il personaggio dell'avvocato Donovan mi ha ricordato moltissimo un altro, celeberrimo avvocato: Finch di Il buio oltre la siepe: è l'idea dell'uomo "tutto d'un pezzo", così come la spia russa definisce il protagonista di questa storia. 


James Donovan e Atticus Finch



Al di là del fatto che il film è davvero un buon film, va comunque rimarcato che, a mio parere, non è un caso che sia stato girato in questo particolare momento storico. E' sicuramente un prodotto di propaganda, grida "America!" da tutti i pori e, inutile dirlo, qualche piccola stoccata alla Russia si vede e si sente, non c'è che dire. Il tutto mescolato con eleganza, naturalmente, e con quella maestria che è tipica di un regista come Spielberg. 




In particolar modo, penso che i punti in cui il film tocca le più alte vette del suo lirismo siano quelli dedicati al muro di Berlino. Sublime il richiamo, nel finale, ai "ragazzi che scavalcano i muri". Il ponte delle spie non aggiunge granché di nuovo a ciò che già sappiamo sulla guerra fredda, e credo che l'intento non fosse neppure didascalico in senso storico. Penso, invece, che l'obiettivo di questo film sia pedagogico in senso morale: la più grande lezione che l'avvocato Donovan può darci è quella dell'importanza dell'onestà o, meglio, dell'incorruttibilità. Utopia, direte voi. Probabile, ma è un bene che, ogni tanto, qualcuno pensi anche a sperare nell'impossibile. 



giovedì 31 dicembre 2015 | By: Unknown

In my brainbox - dicembre 2015



Chi mi segue da tempo sa già che nutro una passione smodata per i magazine online americani, in particolare per Rookie e per The Teenage Head. Ne apprezzo moltissimo l'originalità, l'attenzione per il colore e per il gusto puramente estetico, la schiettezza, il carattere irriverente e giovanile. Proprio per questo, penso che ogni blogger avrebbe qualcosa da imparare da loro, io per prima. Così, ecco che mi è venuta in mente questa cosa del "In my brainbox" che non è una rubrica ma più che altro un appuntamento mensile, tutto culturale. L'idea non è del tutto farina del mio sacco, lo ammetto, ma nasce dalla rubrica "Shit I consumed" di quel gran genio di Eddie O'Keefe. Insomma, ogni mese annoterò in un post tutto ciò che il mio cervello "ha consumato" nei trenta giorni precedenti: film, musica, concerti dal vivo, libri, documentari. Questo ciò che scrive Eddie, ma io voglio aggiungere altre voci: convegni, festival, manifestazioni, presentazioni di libri, teatro, inspirational pics... Tutto ciò che è "culturale". Non si tratta semplicemente di un diario di bordo della propria crescita personale, ma anche e soprattutto di uno stimolo per me stessa. Non solo: aspetto suggerimenti da voi lettori. Volete consigliarmi un film? Un libro? Quella commedia imperdibile a teatro? Insomma, questa qui dell'In my brainbox mi sembra un'idea carina per arricchirci insieme, mese dopo mese. Che ne pensate?

E adesso... si parte! Dicembre 2015:

Film:

  • Psycho, Gus Van Sant (1998)
  • L'estate di mio fratello, Pietro Reggiani (2006)
  • The hours, Stephen Daldry (2002)
  • Scugnizzi, Nanni Loy (1989)
  • Manderlay, Lars von Trier (2005)
  • Irrational man, Woody Allen (2015)
Libri:

  • L'isola del giorno prima, Umberto Eco 
  • Briciole di pane, Elena Rossi 
  • L'amore, il mare e una calza di lana, Pamela Boiocchi
  • Tutte le cose al loro posto, Giulia Dell'Uomo
  • Il cimitero di Praga, Umberto Eco
  • Anima dannata, Massimiliano Bellezza
  • Tutto ciò che sappiamo dell'amore, Colleen Hoover 
Presentazioni di libri:

  • Sbalzi d'umorismo, Davide Dabbicco @ Le Officine Clandestine, Bari
  • Isolde non c'è più, che è mio ehm coff coff @ Caffè d'autore, Triggiano (BA)
  • Quel velo sul tuo volto, Nicola Lofoco @ Libreria L'Argonauta, Roma
Teatro:

  • Quando andavamo al cinema Umberto, Paola Martelli @ Teatro Duse, Bari

Musica classica:

Album:

  • Delta Machine, Depeche Mode (2013)
  • The words that remain, Solas (1998)

Articoli (the best of):

  • "Almosts", Kiana Flores per Rookie (16.12.15)
  • "Oldie Goldie", Eddie O'Keefe per The Teenage Head (18.11.15)
  • «Luce bianca d'inverno»: Presenze di neve nelle poesie affettive di Luciano Cecchinel, Paolo Steffan per Poetarum Silva (15.12.15)

Inspirational Pics:
(per saperne di più: QUI

 

 

 

 



lunedì 14 settembre 2015 | By: Unknown

Il tempo è un serpente che si morde la coda




Pensavo: la fonte di ogni nostro dolore è la consapevolezza che il tempo passa e non ritorna. Non è un mio pensiero, in realtà, ma piuttosto una constatazione che attraversa secoli di storia letteraria e artistica in generale. Penso a Proust e alle sue tazze di tè, alla ricerca del tempo perduto, al tempo ritrovato. Penso a Kate Atkinson e al suo Vita dopo vita, un libro geniale che in Italia non ha avuto chissà quale successo (figuriamoci! Basti pensare a quanto abbiamo ignorato Marisha Pessl!) ma che è stato eletto libro dell'anno sia da Goodreads che dal New York Times. Kate Atkinson costruisce un romanzo complicatissimo eppure semplice nell'idea di fondo: il tempo è un serpente che si morde la coda e noi riviviamo sempre la stessa vita fino a renderla perfetta. Dunque leggiamo di Ursula che viene violentata e condannata a vivere una vita intera nel trauma, e nel capitolo successivo leggiamo di Ursula che riesce a liberarsi del suo aggressore, cambiando totalmente il resto della sua esistenza. In questo modo, in una sorta di Sliding Doors versione Upgrade (senza Gwyneth Paltrow), Kate ci spiega che il tempo, in realtà, non esiste, o almeno non è così come lo immaginiamo. Di certo, non è una linea retta.




Lasciando un attimo da parte la Atkinson, penso che la più grande autorità in materia di "tempo" e "vita" sia Hermann Hesse con il suo Siddharta. Questo libro è innanzitutto, a mio parere, un romanzo sull'inquietudine dell'adolescenza, sulla ricerca dell'Io, sulla consapevolezza di sé. Siddharta, figlio di un bramino, passa da un culto all'altro, da un maestro all'altro, fino a quando non comprende che non ha bisogno di nessun maestro e di nessuna regola. Sarà il fiume a dargli una risposta a tutte le sue domande. Eraclito, no? Non ci si bagna mai i piedi nella stessa acqua. Panta rei. Ed è qui che Hesse introduce la novità: il fiume non "scorre", ma è ovunque nello stesso momento. L'acqua che tocca il letto del fiume, l'acqua che lambisce le rive, l'acqua che è alla fonte, quella che si getta in mare... tutto fa parte dello stesso fiume. Dunque il fiume è ovunque contemporaneamente. Noi siamo nello stesso momento bambini, adolescenti coi brufoli e gli ormoni a mille, adulti responsabili, anziani con la demenza senile a carico. Il tempo non esiste.


Siddharta ha incredibilmente ragione quando afferma che tutto il nostro dolore nasce dalla consapevolezza (a suo parere errata, come abbiamo visto) che il tempo scorre. E' vero. Pensateci. Perché soffriamo? Per qualcuno che muore, per qualcuno che ci lascia, per un fallimento, per la perdita del lavoro, per una malattia... Tutto è legato al tempo. Oggi muore una persona che ieri era viva, e dunque l'oggi e dunque lo ieri. Una storia d'amore finisce, ma solo ieri era ancora amore e così via. Questo è il suggerimento di Siddharta: pensare che tutto è ed esiste nello stesso momento. Chi muore è contemporaneamente vivo, chi ci ha lasciato ci ama ancora. Non è forse così che svanisce il dolore? 
Potremmo discutere per ore e ore sul tema del tempo. Hawking gli ha dedicato una tesi di laurea, una delle tesi più importanti al mondo (insieme a quella di Michelstaedter). D'altra parte, niente si crea e niente si distrugge: tutto si trasforma. Il tempo con noi, e noi nel tempo.

APPROFONDIMENTI:



martedì 1 settembre 2015 | By: Unknown

Spiegami il cuore - Racconto.



Spiegami il cuore che mi preme nella gola, spiegami perché. Perché accendi benzina dentro le mie vene, perché. Tutto quello che scrivo imbriglia la tua immagine, ti prende, non potrai mai farne a meno, amore. Qualunque cosa prenda vita da me non può che avere il tuo volto. Tutti i miei personaggi sono te, perché riempi le stanze che ho dentro, dopo anni trascorsi a tener chiuse le porte per paura del temporale. Ora sbattono le finestre, si gonfia il vento dentro le tende che conservano ancora le tue bruciature di sigaretta. Ti ricordo - com'eri giovane - mentre fumavi semisdraiato sull'ottomana del soggiorno con i piedi sollevati stretti dalle scarpe stringate. Il camoscio della tua giacca invernale, l'odore pungente del tuo dopobarba, i momenti di silenzio tra la fiamma dell'accendino e il primo sbuffo di fumo.

- Sai, Clara, non sei poi così interessante.

Le tue parole scagliate contro gli specchi a renderli schegge, frantumi di ciò che è stato.

- Non mi manchi poi così tanto quando non ci sei.

E allora spiegami il perché del tuo esserci stato, dell'aver lasciato scie di vita come comete destinate a spegnersi. Spiegami il cuore che hai graffiato con le sole unghie delle parole.
Io non ricordo com'era la mia casa quando non c'eri ancora. Ricordo solo quel che è rimasto quando non ci sei stato più.
Tutta la felicità nel mezzo, l'ho scordata.

Copyright: Bianca Cataldi


giovedì 26 marzo 2015 | By: Unknown

Voce del verbo suonare. Una storia d'amore

Diciamo che sono sempre stata una capra, al pianoforte. Sono al decimo anno di conservatorio (vecchio ordinamento) e questi dieci anni mi hanno portato gioie e dolori. Le più grandi gioie. Un grande amore. Diversi grandi dolori. Whatever. Comunque non sono affatto una pianista degna di nota, e non lo dico per modestia: sono una capra sul serio. So quando so fare una cosa e so anche quando non la so fare. Rimandero' il diploma in eterno, lo so già, finirò in ultra-fuoricorso ma il fatto è che per anni ho detestato il pianoforte. L'ho detestato perché suonarlo mi ha letteralmente cambiato la vita, perché per "colpa" sua ho vissuto esperienze che non avrei mai voluto vivere, perché sono successe tantissime cose in questi dieci anni e alla fine ho detto "ehi, pianoforte di merda, io ti odio". Ma, come diceva il mio primo fidanzato (era il 2007, long time ago), l'odio non è il contrario dell'amore: l'indifferenza lo è.  Fino a quando odi qualcosa, la stai ancora amando. E così oggi mi sono detta: okay, ora suono. Non studio: suono soltanto. Ho accantonato per un giorno tutti i pezzi del diploma e ho preso tutti i miei brani preferiti, tutti i pezzi più importanti della mia intera storia pianistica. Roba non troppo complessa, pezzi che potessi suonare senza smadonnare. Ho iniziato dalla Sonatina 1959 di Kachaturian, il mio pezzo preferito in assoluto. Tre movimenti, di cui il secondo straripa di poesia dolcissima. È incredibile la memoria delle mani: non suoni un pezzo per anni, neanche sapevi di ricordarlo eppure lo trovi lì, intatto, e le tue dita sanno esattamente cosa fare e dove andare. Il terzo dei pezzi facili di Bach. Sherazade dall'Album della gioventù di Schumann. Il n.18 dalle Romanze senza parole di Mendelssohn (stanza n.27 del conservatorio, un mercoledì lontano, ore 18, le finestre aperte e una pioggerellina di primavera che bagna i vetri). La sonata op.27 n.2 di Beethoven. Ricordavo tutto e ogni nota era una gioia macchiata di dolore, un dolore macchiato di gioia. Perché sempre, ogni volta che ho visto un pianoforte entrando in una stanza, ho provato ciò che si prova quando si incontra un amore perduto: quella nostalgia pungente, il pensiero che fino a qualche anno fa quel dolore era amore, era un passeggiare mano nella mano e poi chissà cosa n'è stato di noi. Presto o tardi mi diplomero' e lascerò per sempre il conservatorio. Che cosa resta di un amore? Chissà. La certezza che non tornerà più, forse. La malinconia sottile di un pezzo di Mendelssohn quando fuori piove ed è un mercoledì di tanti anni fa che però ricordo. Eccome se ricordo. Ancora.

lunedì 23 marzo 2015 | By: Unknown

Un etto di silenzio - Racconto.

Nel vagone della metro non rimaneva più nessuno; solo lei. Vent'anni meno un giorno, troppe mentine triangolari ricoperte di zucchero e una gonna blu a pieghe. Passata Bayside restavano solo il capolinea, Howth, il mare. Un etto di silenzio tagliato sottile dal rumore laminato delle rotaie. E così era tutta lì, la vita adulta. Anni e anni passati a domandarsi come sarebbe stata ed era tutta lì, nell'ultima corsa della metro. Tara St.-Howth, poco dopo la mezzanotte. La vita adulta era stare seduta per venticinque minuti sul sedile verde di plastica e guardare fissamente un punto qualunque oltre il finestrino. Tornare a casa dopo tante ore di frittura fin dentro i capelli e pochi euro in più, tanto per prendere l'ombrello di plastica trasparente da Penney's. E poi c'era stato lui che stava nella sua vita come una citazione colta in un racconto: ingombrante. Magro era magro, ma è che aveva un ego che ti abbracciava tre volte allacciandoti con braccia lunghissime e lei, beh, non ce la faceva. E i vent'anni avevano smesso di minacciarla, pure. Ora stavano lì, inerti, cullavano gli scompartimenti della metro, accompagnavano lei nei fumi del fast-food e poi sui binari fino a casa. E c'era il mare oltre la stazione, i tetti, da qualche parte impigliato tra le ali dei gabbiani. È solo che non c'era tempo per vederlo. Ancor meno per ricordarsi che era lì, che c'era sempre stato.

(BC - Riproduzione riservata)

giovedì 12 marzo 2015 | By: Unknown

(Dis)connessa (e una domenica a Trani)

Log out: espressione meravigliosa. Log out da Facebook. Il mio profilo è sempre lì ma non sto postando assolutamente nulla. Soprattutto, non sto più leggendo la valanga di idiozie che erano ormai solite farmi compagnia in ogni giorno della mia vita. Finalmente si respira aria pura e poi, dio mio, Twitter è molto meglio. Veniamo a noi. Non riesco a trovare il tempo per parlarvi delle mie ultime letture (qualche gran cagata e molti libri interessanti) ma lo farò presto, giuro. Intanto vi lascio le foto di domenica: un'intera mattinata trascorsa a Trani con Alessio. Tra le altre cose, abbiamo dato da mangiare a gabbiani agguerriti (si veda Gli uccelli di Hitchcock), abbiamo giocato sulle giostrine, mangiato zeppole e visto la cattedrale. Memo: comunicare ai tranesi che dovrebbero piazzare in giro qualche cartello illustrativo che segnali di che opera stiamo parlando. Non per fare i soliti discorsi scemi, ma in altre città d'Italia ti segnalano persino roba del tipo "su questa panchina si è seduto Mozart. UNA SOLA VOLTA". Voi avete uno spettacolo di cattedrale e non c'è nemmeno un cartello che spieghi che cosa c'è dentro, succorpo compreso.

P.s. alla fine del post troverete anche delle foto dell'ultima mangiata al ristorante cinese di largo Ciaia. Che roba, ragazzi. Io amo i Cinesi. Li amo con tutto il cuore.