martedì 12 marzo 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Il figlio - Recensione.



Claire, quattordici anni, è diventata una Partoriente. Stesa su di un lettino, bendata, dà alla luce il suo bambino tra violente fitte di dolore, subito placate dalle medicine miracolose delle quali la sua Comunità dispone. Poi, il bambino le viene portato via. E' così che funziona, nelle Comunità: non esistono figli ma solamente prodotti, "ordinati" come merce ad una Partoriente e destinati poi alla famiglia che ne ha fatto richiesta. Il bambino di Claire, tuttavia, si rivela speciale sin dall'inizio: i suoi occhi - di un insolito e intenso blu - guardano tutto con una curiosità e una vivacità fuori dal comune e, ogni notte, mentre tutti gli altri "prodotti" dormono nelle loro culle, la voce del piccolo vola alta tra le mura dell'ospedale, svegliando chiunque tenti di riposare. Da subito, dunque, il figlio di Claire diventa un problema. Un problema da eliminare, perché destabilizza l'equilibrio perfetto della Comunità. Un problema da uccidere. E' Jonas - il Jonas di The Giver, primo volume della trilogia - a portare in salvo il bambino attraversando il fiume che separa la Comunità dall'Altrove e fuggendo insieme a lui.
Tempo dopo, anche Claire fugge, imbarcandosi su una nave - proveniente dall'Altrove - che era solita rifornire di provviste la Comunità. Durante il viaggio in mare, però, la nave fa naufragio, la donna viene salvata per miracolo e il trauma le cancella la memoria. Di suo figlio - di quel figlio che ha lottato per ritrovare - non ricorda nulla. Resta soltanto il senso di una mancanza e il folle desiderio di rincontrare ciò che non ricorda di aver perso.

E' una poesia, quest'ultimo capitolo della saga distopica di Lois Lowry. I personaggi e le storie dei tre volumi precedenti si riuniscono qui in un unicum che spiega molte cose, chiarisce i punti rimasti in sospeso e dà un senso (morale, soprattutto) all'intera vicenda. Mi piace molto l'idea di collocare questi piccoli mondi - la Comunità, il Villaggio, la cittadina di pescatori dove vive Alys - in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio: in tal modo, è come se l'autrice dichiarasse che tutto ciò che è raccontato, tutti gli orrori - ma anche le gioie - che si verificano in quei luoghi, possono avvenire ovunque, in qualunque momento. Questo quarto volume mi è sembrato un po' più lento, ma anche più poetico e delicato, dei precedenti. L'amore materno la fa da padrone, governa la storia e ne tira le somme e - cosa meravigliosa - la Lowry racconta quest'amore attraverso la sua assenza. Sia Claire che Gabe (suo figlio) amano ardentemente una grande mancanza - il figlio per l'una, la madre per l'altro. Ecco, bisogna essere nella giusta disposizione d'animo per leggere questo libro. Prendetevi il vostro tempo e entrate - "immedesimatevi", come fa Gabe - nei personaggi. Vivete questa storia, perché merita e perché ha moltissimo da dire - da dare.

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