martedì 12 novembre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

novembre.



Piove ininterrottamente da due giorni o forse tre. Gomitoli furiosi di capelli tra gli occhi e l'orlo blu del cappuccio. La tenda tirata sui tavolini del bar Ciaia. Sono tutti dentro accanto al bancone ma io voglio restare fuori, guardare la pioggia e farmi venire la cervicale. Mentre il ragazzo del bar mi porge la tazzina penso che quel brufolo accanto al suo naso sta diventando una bomba atomica e un po' mi viene da ridere e un po' mi dispiace. Bellezza incrinata. Piove e il caffè si raffredda mentre io sono qui che mi destreggio tra tramezzini troppo molli e sigarette e accendini e kindle - mangiare, fumare, bere, leggere - tutto contemporaneamente. Non conosco momenti morti. E ho così tanti libri da recensire che a breve saranno i libri a recensire me, e di me diranno: non vai bene, sei confusa, hai bisogno di editing. Non troverai spazio nel mercato editoriale. Ritenta. Dei novembre passati ricordo un freddo più freddo e le mie calze blu elettrico alla festa di San Trifone, il capretto con le patate e gli orecchini a un euro dalle bancarelle. I suoceri di mia sorella. I miei fidanzati. Quest'anno è stato diverso, con l'amico del Congo e il maglione nuovo di Marzia. Parlare in francese arrugginito tra il caos umano accanto al banco dello zucchero filato e ridere ai compleanni altrui mentre butto giù pezzi di torte troppo caloriche e chiedo a Marzia di sposarmi. Sono qui ma sono altrove. Vorrei essere altrove senza essere qui.

E vorrei abbracciarti attraverso i chilometri e il temporale, le parole e le strade. Arrivare a te coi capelli arruffati e un terribile dolore al collo. E dirti: ho attraversato la pioggia, per te.

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