giovedì 26 marzo 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

Voce del verbo suonare. Una storia d'amore

Diciamo che sono sempre stata una capra, al pianoforte. Sono al decimo anno di conservatorio (vecchio ordinamento) e questi dieci anni mi hanno portato gioie e dolori. Le più grandi gioie. Un grande amore. Diversi grandi dolori. Whatever. Comunque non sono affatto una pianista degna di nota, e non lo dico per modestia: sono una capra sul serio. So quando so fare una cosa e so anche quando non la so fare. Rimandero' il diploma in eterno, lo so già, finirò in ultra-fuoricorso ma il fatto è che per anni ho detestato il pianoforte. L'ho detestato perché suonarlo mi ha letteralmente cambiato la vita, perché per "colpa" sua ho vissuto esperienze che non avrei mai voluto vivere, perché sono successe tantissime cose in questi dieci anni e alla fine ho detto "ehi, pianoforte di merda, io ti odio". Ma, come diceva il mio primo fidanzato (era il 2007, long time ago), l'odio non è il contrario dell'amore: l'indifferenza lo è.  Fino a quando odi qualcosa, la stai ancora amando. E così oggi mi sono detta: okay, ora suono. Non studio: suono soltanto. Ho accantonato per un giorno tutti i pezzi del diploma e ho preso tutti i miei brani preferiti, tutti i pezzi più importanti della mia intera storia pianistica. Roba non troppo complessa, pezzi che potessi suonare senza smadonnare. Ho iniziato dalla Sonatina 1959 di Kachaturian, il mio pezzo preferito in assoluto. Tre movimenti, di cui il secondo straripa di poesia dolcissima. È incredibile la memoria delle mani: non suoni un pezzo per anni, neanche sapevi di ricordarlo eppure lo trovi lì, intatto, e le tue dita sanno esattamente cosa fare e dove andare. Il terzo dei pezzi facili di Bach. Sherazade dall'Album della gioventù di Schumann. Il n.18 dalle Romanze senza parole di Mendelssohn (stanza n.27 del conservatorio, un mercoledì lontano, ore 18, le finestre aperte e una pioggerellina di primavera che bagna i vetri). La sonata op.27 n.2 di Beethoven. Ricordavo tutto e ogni nota era una gioia macchiata di dolore, un dolore macchiato di gioia. Perché sempre, ogni volta che ho visto un pianoforte entrando in una stanza, ho provato ciò che si prova quando si incontra un amore perduto: quella nostalgia pungente, il pensiero che fino a qualche anno fa quel dolore era amore, era un passeggiare mano nella mano e poi chissà cosa n'è stato di noi. Presto o tardi mi diplomero' e lascerò per sempre il conservatorio. Che cosa resta di un amore? Chissà. La certezza che non tornerà più, forse. La malinconia sottile di un pezzo di Mendelssohn quando fuori piove ed è un mercoledì di tanti anni fa che però ricordo. Eccome se ricordo. Ancora.

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