venerdì 30 maggio 2014 | By: Bianca Rita Cataldi

Recensione di Uno schiaffo e una carezza di Ismaela Evangelista


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Edo e Nazario. Due fratelli, due bambini. Edo è il più grande, quello apparentemente più forte, sicuramente il più sano. Nazario è il fratello strambo, quello che ha un numero incredibile di tic, quello che si muove in modo strano, che scatta, parla in modo scorretto, mangia le parole, si fa male con gli oggetti appuntiti e i bicchieri di vetro. Si chiama sindrome di Tourette, il male che vive in Nazario e lo muove da dentro come fosse una marionetta. E per la loro madre, per quella donna costantemente in bilico tra il crollo nervoso e la comprensione, il figlio malato è uno schiaffo in pieno volto, l'affronto che la vita le ha scagliato contro e che lei è chiamata a combattere. Edo, invece, è la carezza, la dolce consolazione di un figlio sano che, in quanto tale, può dare soddisfazioni, studiare, impegnarsi per riuscire in tutto e rendere i suoi genitori orgogliosi di averlo messo al mondo. Che cosa significa, però, vivere la vita della "carezza"? La carezza non può sgarrare, non può colorare la sua vita fuori dai bordi, non può mentire né tradire, neppure per gioco. Il figlio sano, il figlio perfetto, ha l'obbligo di rimanere la consolazione, colui che non può concedersi nemmeno il privilegio di sbagliare. Che uomo diventa un bambino che non può commettere errori? Come si può crescere senza sbagliare mai?

Uno schiaffo e una carezza è bisturi, scrittura che incide sulla superficie della coscienza e va a fondo, narrativa che non demorde e che anche dopo l'ultima pagina mantiene la presa sul lettore. La vicenda di Edo e Nazario ha il sapore aspro delle storie vere, quelle che abbandonano le parole d'inchiostro per farsi carne agli occhi di chi legge. Sin dal primo capitolo, l'autrice si rivela essere maestra dell'emozione: la scena di Edo che, bagnato di sudore freddo, attraversa la navata della chiesa mentre tutti osservano Nazario e i suoi mille tic è una delle scene più intense e commoventi del romanzo. E' lì, in quella navata, nell'odore umido dell'incenso, che si consuma la tragedia dell'incomprensione, dell'atroce connubio di imbarazzo e vergogna. Vergogna della malattia, del dolore, come fossero crimini da espiare. La pena è il silenzioso giudizio di chi guarda e commenta dentro di sé, di chi non sa cosa voglia dire crescere in una famiglia in cui un figlio è uno schiaffo e l'altro è una carezza, e di quella carezza deve reggere il peso e le responsabilità. 
Edo è un personaggio adulto mascherato da bambino o, meglio, un adulto che non ha avuto la possibilità di essere bambino. Ismaela Evangelista, con una narrazione vibrante d'emozione, racconta il dolore di un'infanzia negata e, soprattutto, i comprensibili ma pur sempre errati comportamenti di un genitore che non riesce ad accettare la malattia del figlio. La madre dei due bambini, sicuramente in modo inconsapevole, è una delle principali ragioni dell'immenso dolore di Edo. E' lei a proibirgli di portare i suoi amici a casa, è lei a chiamarlo "carezza" in opposizione allo "schiaffo" di Nazario, è lei a costringerlo a camminare impettito lungo la navata di una chiesa tra rivoli di sudore e nausea. Questo libro non è semplicemente un romanzo: è una guida per genitori e figli, un consiglio lungo un centinaio di pagine, un accorato appello alla comprensione. E' una storia, questa, che dovrebbe essere letta nelle scuole, nelle famiglie, ovunque. Perché ci sono storie che non possono essere ignorate e che devono essere raccontate. Scritte. Ricordate.



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