domenica 3 gennaio 2016 | By: Bianca Rita Cataldi

Bridge of spies - Il ponte delle spie


Primo gennaio 2016, un pranzo dalla cognata, una sigaretta sul balcone nel freddo ventoso del nuovo quartier Sant'Anna di Bari e un unico imperativo: scovare un film decente e andare al cinema. Salvo piccoli imprevisti (gente raffreddatissima che ti starnutisce addosso, gomme da masticare rumoreggianti e comitive di ultracinquantenni che si fanno i selfie durante la proiezione), il cinema è di solito un luogo caldo, confortevole, romanticamente polveroso, profumato di pop corn e di burro. Il posto ideale per trascorrere il primo giorno dell'anno nuovo, insomma. Così, iniziamo a controllare le programmazioni di Galleria, The Space, Showville e becchiamo ovunque solo e soltanto Checco Zalone. Parentesi: stimo tantissimo Checco e poi, diamine, siamo pugliesi, però, Cristo santo, non è che devi riempirmi tutte le sale fino a data da destinarsi. Alla fine troviamo Il ponte delle spie in una saletta del Metropolis di Mola e allora via, venti chilometri per andare a vedere un film. Se ne è valsa la pena? Sì, direi proprio di sì.


Poiché questa non è una recensione ma è, come mio solito, un mix di pensieri scritti di pancia, vi rimando a un articolo molto più completo e interessante sul tema. Per quanto mi riguarda, questo è forse uno dei film più "tranquilli" di Spielberg, nonché uno dei più eleganti. Chic è infatti la confezione e, sin dalla primissima inquadratura, si ha la sensazione di essere di fronte a un prodotto di alto livello. Il personaggio dell'avvocato Donovan mi ha ricordato moltissimo un altro, celeberrimo avvocato: Finch di Il buio oltre la siepe: è l'idea dell'uomo "tutto d'un pezzo", così come la spia russa definisce il protagonista di questa storia. 


James Donovan e Atticus Finch



Al di là del fatto che il film è davvero un buon film, va comunque rimarcato che, a mio parere, non è un caso che sia stato girato in questo particolare momento storico. E' sicuramente un prodotto di propaganda, grida "America!" da tutti i pori e, inutile dirlo, qualche piccola stoccata alla Russia si vede e si sente, non c'è che dire. Il tutto mescolato con eleganza, naturalmente, e con quella maestria che è tipica di un regista come Spielberg. 




In particolar modo, penso che i punti in cui il film tocca le più alte vette del suo lirismo siano quelli dedicati al muro di Berlino. Sublime il richiamo, nel finale, ai "ragazzi che scavalcano i muri". Il ponte delle spie non aggiunge granché di nuovo a ciò che già sappiamo sulla guerra fredda, e credo che l'intento non fosse neppure didascalico in senso storico. Penso, invece, che l'obiettivo di questo film sia pedagogico in senso morale: la più grande lezione che l'avvocato Donovan può darci è quella dell'importanza dell'onestà o, meglio, dell'incorruttibilità. Utopia, direte voi. Probabile, ma è un bene che, ogni tanto, qualcuno pensi anche a sperare nell'impossibile. 



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