venerdì 1 gennaio 2016 | By: Bianca Rita Cataldi

Se una notte di Capodanno una viaggiatrice

Central Park, New York (Yale Joel 1957)


Vi dirò la verità: detesto i bilanci e i buoni propositi perché la vita "accade" a prescindere da tutto e programmarla non serve a nulla. Il desiderio dovrebbe accompagnarci ogni giorno, non solo alla vigilia del nuovo anno. Detesto il Capodanno perché non vi è assolutamente nessuna differenza tra la notte tra il 30 e il 31 dicembre e quella tra il 31 dicembre e il 1 gennaio. Non ho consigli da dispensare, regali da dare, massime da recitare a memoria, citazioni colte da snocciolare con aria indifferente al bar davanti agli amici. Ciò che so è che la vita procede per sinusoidi e che ogni volta che cercheremo di rinchiuderla si libererà, e ogni volta che la libereremo troppo correrà a rinchiudersi, e poi di nuovo, e poi di nuovo.

So che nessuno sa niente per davvero, io men che meno, e che i consigli sono come abiti di seconda mano e ciò che agli altri calza a pennello a te va sempre largo, o stretto, o comunque non ha la tua forma in ogni caso. So che la mente è un architetto e sa sempre come progettare il futuro, ma il corpo e il cuore hanno una verità tutta loro e, anche quando non conviene seguirla, bisognerebbe pur sapere che c'è e prenderne atto. So che leggere libri, guardare film, ascoltare musica, ammirare un'opera d'arte non dà sollievo alle nostre angosce, ma le approfondisce in modo sublime (questa è una citazione, lo ammetto). So che leggere la vita non è come viverla, ma so anche che il semplice fatto di averla letta ci permetterà di riconoscerla, quando ce la ritroveremo di fronte tutta intera e splendente di bellezza. So che l'amore è indefinibile e che passerò tutta la mia vita a cercare di capirlo ma non lo capirò mai (eppure l'amore è agnizione, questo è quello che so, l'amore è agnizione). So che scrivere libri è una cosa che sappiamo fare tutti, basta la quinta elementare, volendo, ma chissà poi se stiamo veramente dicendo qualcosa.

So che è meglio non aprire troppe volte Facebook se si vuole evitare l'ulcera e che Eco aveva ragione ma non vi dico a proposito di cosa, vattelappesca. So che detesto fare e ricevere auguri, e il telefono quando squilla, e la gente che ti chiama la notte di Natale con l'intento secondario di dirti "tanti auguri" e quello primario di chiederti a che punto sei con l'editing. So che anche ora, mentre sto scrivendo, c'è una persona che mi sta chiamando per la quarta volta consecutiva e non è ancora stata sfiorata dal dubbio che, se non rispondo, ci sarà pur una ragione. Internet ci ha insegnato che dobbiamo sempre essere reperibili, che se non rispondi ai messaggi la gente si offende, che si lavora 24/7 e che uno scrittore ha il diritto di telefonarti mentre fai l'amore alle undici di sera durante le vacanze di Natale per dirti che devi mandargli i capitoli entro la data tot perché poi c'ha i fatti suoi da fare e quindi e dunque e allora ecco.

E so che ho ventitré anni e che sicuramente fra un mese non saprò più nulla di ciò che so adesso ma saprò altre cose, forse diverse, magari in totale ossimoro con quello che penso ora. E meno male. Dio benedica il dubbio. Il "buon anno" non ve lo dico, ché già vi sarà venuta la nausea. A me di sicuro.


1 commenti:

La Pagina dello Scrittore ha detto...

Mi spiace tesoro del modo in cui certe persone, insensibili al fatto che in primo luogo siamo tutti appunto persone, ti costringono a passare queste feste. Io invece un augurio te lo faccio, e ti auguro che la felicità possa raggiungerti e rimanerti sempre accanto. Un bacione!
Mary

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