giovedì 22 gennaio 2015 | By: Bianca Rita Cataldi

La teoria del tutto (e per tutto intendo veramente tutto)

So, goodmorning. Avvertenza: questo post sarà chilometrico. Tantissime cose di cui devo parlarvi, first of all Teoria e pratica di ogni cosa di Marisha Pessl, La teoria del tutto e il mio nuovissimo portafoglio rosso fiammante. Ah, e il mio nuovo romanzo in stesura (ma ve ne ho già parlato, right?). Andiamo con ordine.


Special topics in calamity physicsQuesto libro è allucinante. Non solo: è uno di quei libri che devi iniziare a leggere soltanto quando ti senti pronta e c'è una parte di te che sta urlando "lo voglio lo voglio lo voglio". MAI iniziarlo in un momento di fiacca, seriously. Il libro è strutturato come una vera e propria tesi di laurea o, meglio, come la dispensa di un corso universitario, con tanto di esame finale. Qual è il sunto? Le tesi sono due, o almeno questa è la mia opinione in merito: 1) tutto è relativo e noi arriviamo solo fin dove arriva il nostro braccio e guardiamo solo fin dove arriva il nostro sguardo (sto parafrasando una poesia, guess which and get a candy!) 2) l'infinito complicarsi della mente umana sino alla follia. Mi piace tantissimo l'idea delle lucciole ("Così tanta luce in un centimetro quadrato") e delle farfalle, fragili e meravigliose. Mi piace l'autoironia, quel definirsi pesante, un po' secchioni, un po' troppo intellettualoidi. Non capisco chi ha criticato questo libro per eccessivo nozionismo. Che cosa vi aspettavate? Non è un vero romanzo: è un enorme saggio critico sull'uomo, uno studio psicosociologico con tanto di bibliografia. Doveva necessariamente essere così "pesante". Fatto sta che questo libro ha avuto su di me lo stesso effetto che ebbe Io sono Charlotte Simmons di Tom Wolfe (anche se quello lì lo detestai, sia chiaro. Si veda la mia alquanto divertente stroncatura su anobii). Quale effetto? Il desiderio di studiare, di impegnarmi, di leggere moltissimo, di scrivere ancora di più, di lasciare tracce nel bosco dietro ogni mio passo. Non importa quanto un libro sia meritevole: importa l'effetto che ha. Importa quell'input che scaturisce dalle pagine con la forza di un uragano. Ho odiato Charlotte Simmons, il suo bel faccino da secchiona-che-non-si-trucca, la sua verginità che diventa un affare di stato. PERO'! Però quel libro mi ha lasciato qualcosa, per quanto l'abbia detestato, e questo lo rende indispensabile. Con Marisha è andata molto meglio: ho adorato il suo libro e, sorvolando su alcuni piccoli episodi in cui ho avuto voglia di spaccare la testa di Blue a picconate, tutto è filato liscio come l'olio. Marisha è diventata uno dei miei miti che, sia chiaro, non è che siano poi tanti.
La seguo su Instagram e su Twitter, spulcio il suo sito e mi rendo sempre più conto di quanto la fama letteraria non abbia niente a che vedere col mondo social. Non per dire, ma su Instagram raccolgo più like io di lei, con la piccola differenza che i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e che lei presenta in Svezia e chissà dove altro. Che abissale differenza esiste tra il "successo" (volutamente virgolettato) decretato dai social e il successo dettato dalla critica! Non vorrei dire, ma oggi mi è sbucata in bacheca (ah, feisbuc!) la trama di un romanzo Sperling&Kupfer talmente banale che ho pensato: maddai, seriously? Io credo che a volte il famigerato cassetto sia preferibile allo sputtanamento totale, alle classifiche Amazon e a molto altro. Ma torniamo a Marisha: si è laureata in Letteratura inglese al Barnard college come membro della Phi Beta Kappa Society che, stando a Wikipedia (se lo fa Eco posso farlo anch'io), è la più antica società per le arti e le scienze, fondata nel 1776. Roba da romanzo di Donna Tartt (si veda The secret history che credo non sia mai stato tradotto in italiano). Insomma, c'è abbastanza carne al fuoco per morire di ammirazione e, in ogni caso, lei mi piace moltissimo. Credo che il 50% (forse il 60%) delle recensioni negative che ho scovato su Goodreads siano frutto di quella cosa molto frequente che si chiama invidia o, più precisamente, quel genere di fastidio che provi quando scopri che una ragazzina neo-laureata ha sfornato un mattone geniale di 700 pagine tradotto in tutto il mondo e che TU ti stai ancora arrampicando sugli specchi con un romanzetto rosa in cui lei odia lui che ama lei e alla fine si amano ma forse no e poi fanno roba strana e si appendono al lampadario e poi si sposano. Che, a conti fatti, è la trama base dell'80% della narrativa contemporanea.

Veniamo al film. La teoria del tutto. Ore 22. Finisco di fumare mentre Alessio fa la coda per i biglietti e all'improvviso mi ritorna in mente il canovaccio di un plot che avevo partorito mooolto tempo fa e subito tutto acquista un senso. Da quanto tempo non ci pensavo? Un anno? Forse di più? Bastano una sigaretta, un ragazzo elegante con il naso storto e una ragazza che dice agli amici "La professoressa è già nel cinema" e...voilà, ho la trama completa. Certo, mi manca ancora qualcosa, ma finalmente tutto ha acquistato un senso. Ora SO cos'è successo, perché è avvenuto quell'omicidio, quale terribile segreto si nasconde dietro gli avvenimenti apparentemente semplici da decodificare. E insomma, sono qui che scrivo un libro in testa mentre Alessio finalmente riesce a prendere i biglietti. Entriamo, rivediamo per l'ennesima volta gli stessi trailer (quello con Raul Bova e lei che è ricca e poi va in campagna, quello dei genitori le cui figlie sposano solo stranieri, il nuovo di Angelina Jolie regista, bla bla bla). Poi, finalmente, inizia. Ve lo dico subito: non mi ha convinta del tutto. Detto a parole mie, è soltanto un GIGANTESCO TRAILER DI DUE ORE. Full stop. Non è sorretto da fondamenta forti, a tratti è molto frettoloso e, a mio parere, avrebbe necessitato di almeno mezz'ora in più. E' praticamente un collage di belle immagini, bei colori, belle musiche, begli attori (soprattutto gli attori: il protagonista merita un oscar). Anche la sceneggiatura non mi ha fatta impazzire. Guardate il trailer e avrete visto il film (comunque ho pianto due volte e vabè che io piango anche al finale della Bella e la bestia).


All'uscita avevo il naso a cipolla e gli occhi ancora più cipollosi e ho detto ad Alessio: il finale vale il 50% del film. Meravigliosa l'idea di capovolgere il tempo (quasi come nella tesi di Hawking) con in sottofondo Arrival of the birds della Cinematic Orchestra (ricordate il documentario Disney sui fenicotteri?). Insomma, una bellissima confezione di macarons con dentro un macaron pressoché insipido alla vaniglia. Ecco. 



Bene, poche altre parole e poi giuro che io torno a Leopardi e voi a qualunque cosa stiate facendo/leggendo/scrivendo. Ho comprato ieri un portafoglio epico e non potevo non mostrarvelo (foto dell'oggetto in questione più foto random scattate per rimandare il più possibile lo studio).






 














3 commenti:

Camilla P ha detto...

Ho questo libro in casa da un sacco di tempo, credo sia stato un acquisto di mio padre. Mi ha sempre incuriosita :)

Detto questo, "The secret history" in realtà è stato tradotto non molto dopo la sua uscita americana, se non sbaglio, ed è disponibile come "Dio di illusioni" in tutte le librerie, soprattutto ora che la Tartt ha vinto il Pulitzer :)

Bianca Rita Cataldi ha detto...

Leggilo, è meraviglioso *.* ma sai che non sapevo che Dio di illusioni fosse la traduzione di The secret history? Ma perché cambiano i titoli? Me confused xD

Camilla P ha detto...

Lo farò! :)
Penso che i cambi siano un mix di esigenze editoriali, proposte di traduttore/traduttrice e necessità di marketing in riferimento a un pubblico diverso da quello originale. Anche se non sempre sono cambi ben fatti (purtroppo), devo dire che a me "Dio di illusioni", come titolo, piace molto; resta da vedere se si integra bene con la storia, ma non avendo letto il libro non saprei dirlo!

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