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giovedì 30 aprile 2015 | By: Unknown

Hai dimenticato le tue mani a casa mia

Hai dimenticato le tue mani a casa mia,
Io una lettera tra i tergicristalli
Della tua piccola auto blu.   
Tu non mi leggi nella bugia del vetro,                                                           Guidi cieca nel vento che ti assorbe
E io non so più, dalle tue mani,
Ricordare la carezza che eri.

(B.C.)

sabato 3 maggio 2014 | By: Unknown

Recensione di Nudità di Angela Meloni


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Nudità è una silloge poetica caratterizzata dal rarissimo pregio della semplicità che, lungi dal voler significare "banalità", rende i componimenti accessibili anche a coloro che non sono soliti nutrirsi di versi. Il titolo sottolinea la volontà dell'autrice di spogliarsi delle maschere che indossiamo quotidianamente per sopravvivere al mondo e di mettere a nudo la propria interiorità. Filo conduttore dell'intera raccolta è la dicotomia buio/luce che si rincorre di poesia in poesia: ai momenti di gioia si susseguono quelli di cupa tristezza e, nel loro alternarsi, permane il profondo desiderio di emergere dalle acque dell'angoscia per poter respirare. 

In quella stanza in fondo e ben nascosta 
si è spenta una luce.

Il buio dell'anima raccontato nella poesia La morte nel cuore viene immediatamente smentito dalla luce abbagliante di Nuovo mondo, in cui l'amore - un po' come in tutta la plaquette - si fa spirito guida dell'animo umano. La dicotomia risulta particolarmente evidente nella poesia Il gioco, in cui buio e luce diventano partite da giocare sino all'ultimo istante:

Io sto al centro di questi due giochi 
alcune volte andando verso la luce 
altre volte verso il buio più profondo.

Il bipolarismo della poetica della Meloni mette a nudo, per l'appunto, le debolezze e i punti di forza non soltanto dell'io lirico, ma dell'umanità tutta. Altro tema centrale è la ricerca della verità, il cui segreto si cela tra i versi di 21 gennaio, una delle poesie più dolorose della raccolta:

E' assurdo finire tutto così 
non lasciarmi andare 
ed io rimarrò qui.

Torna spesso il tema del rapporto tra la Natura e l'uomo, che è ad essa unito in un legame di figliolanza. Profondamente descrittive sono le poesie dedicate a questo leitmotiv: l'io lirico anela alla libertà che soltanto l'identificazione di sé come parte della Natura può dargli. 

Apro la finestra 
e affacciandomi 
respiro l'odore di terra umida 
che penetrando nella mia anima 
si mischia al profumo della mia essenza 
e in un solo attimo 
ritrovo la quiete dell'acerba primavera.

Infine, last but not least, viene proposto il tema del rimpianto. Se da un lato l'io lirico riconosce l'importanza del dolore nel processo di crescita (si legga Introspezione), dall'altro resta il rammarico per l'amore perduto, per i sogni che un tempo si finsero realtà e che poi sfumarono nel nulla. A questo tema è dedicata Sogni sfumati, quella che reputo la poesia più significativa della raccolta:

Sogno ricordi 
che un giorno 
vorrei ricordare 
ma che mai ricorderò 
perché essi morirono 
prima ancora di nascere.

E' questa la poesia stilisticamente più interessante, più equilibrata nel numero e nella lunghezza dei versi, caratterizzata dalla figura retorica della ripetizione. Questo componimento riflette, come tutta la plaquette, la semplicità e la linearità di una poesia che punta dritto al cuore e che, come da titolo, è "poesia nuda", priva di belletto, cruda e diretta. Nudità è un racconto di formazione fattosi poesia, una ricerca di sé tra i versi sino al raggiungimento dell'agognata libertà, della verità al di là delle maschere. 


sabato 5 aprile 2014 | By: Unknown

Recensione di Love traffic di Davide Rizzo


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Non sono solita recensire sillogi poetiche, principalmente perché mi spaventano. Ebbene sì: la poesia è immensa, molto più breve della prosa eppure smisurata. Da dove iniziare? Come portare avanti una recensione di un libro di poesie? Partendo dal titolo, penso io. Love traffic mi dà subito l'idea di movimento caotico, colore, rumore, parole sussurrate che fanno capolino tra quelle urlate, muri decorati da scritte, strade che s'intrecciano, si chiudono e si aprono su spazi immensi tutti da percorrere. E' tutto questo, il libro di Davide Rizzo. In queste poesie, accompagnate da una serie di fotografie decisamente interessanti, ritroviamo un vero e proprio microcosmo nel quale si rincorrono i temi della poesia di tutti i tempi, dall'amore alla ricerca di una propria verità esistenziale alla lotta per sopravvivere al mondo, passando attraverso una vasta gamma di stati d'animo, sensazioni, emozioni. Rizzo scrive "Un buon poeta sonda le nuvole o tocca il fondo": la verità interiore della poesia non conosce vie di mezzo e non si tratta di pseudo-manicheismo quanto, piuttosto, del desiderio di essere quel poeta in grado di toccare le nuvole e, se possibile, di evitare la caduta. Vien da chiedersi, a questo punto, chi sia il poeta. "Ho un'opinione su tutto tranne che su me stesso". Nel traffico di sensazioni e momenti vissuti c'è l'io lirico che, nella sua frammentazione, nel suo ricercare sé in se stesso e nel mondo intorno, riflette echi della poesia modernista del nostro primo Novecento. Questo "io" ha bisogno di una strada da seguire, di una direzione. Nel traffico poetico di questi componimenti torna spesso la parola "preghiera" ma è di una preghiera laica che si tratta, così lontana da quel bigottismo cieco raccontato nei versi "Si occupa il posto in prima fila / per farsi vedere bene in faccia dal prete". La preghiera di Love traffic è una supplica interiore ed intima che cerca luce nel buio, ordine nel caos, aria pulita per quei luoghi dell'anima che "non hanno finestre / soltanto porte sbarrate". La vita che circonda il poeta è vissuta a fondo, percepita fisicamente sulla pelle. Interessanti sono le poesie notturne in cui il buio ha una densità e un sapore. L'amore qui raccontato è infinito eppure interrotto, è un ossimoro che non può far altro che implodere per le sue innumerevoli contraddizioni e "tu sai bene / che dopo l'amore / non ci rimane altro / che fare la guerra". E' un amore che logora, consuma, sfinisce, chiede, pretende.

So che c'è un po' di amore per me;il mio è infinito per te.

La tenerezza trova spazio nel caos delle cose finite, delle storie andate a male. Che cosa rimane, dopo l'amore? "L'eco eterno / di un sasso infranto / su una campana di vetro". Terribilmente intensa, l'immagine della campana di vetro che s'infrange, poiché la campana rappresenta la protezione, il luogo sotto il quale ripararsi dal mondo. Al tempo stesso, però, essa è anche negazione della verità, un voler chiudere gli occhi e le orecchie alle "distanze / i crolli nervosi / i giorni attesi / lunghi e schifosi" con la scusa che "l'amore viene una volta soltanto". Quello che resta è l'eco del velo che si squarcia, dell'illusione che cade. L'amore è inevitabile e non lo si può comandare; al massimo lo si può soffrire, come un'influenza. Avere l'infinito da dare e nulla da ricevere. 

Come sono belli due destini impossibili.

Non resta che guardarli volare 

nulla si può comandare, 
soprattutto amare.

Davide Rizzo non ha una sua metrica eppure le poesie hanno ritmo, ed è il ritmo sfrenato di una canzone metal dall'autoradio mentre si sfreccia su una strada piena di luci. Sono poesie che hanno un odore, un sapore, il retrogusto malinconico di un ricordo che sfugge nel momento stesso in cui lo si afferra. Sono il racconto di cose perdute e non ritrovate eppure ancora amate, mai dimenticate, custodite.

Se ti scrivo 
divento te.

Questo libro è poesia anche dove non è poesia. Anche nella prosa del meraviglioso excipit. Anche nei ringraziamenti. E' poesia contemporanea del disordine, delle cose perdute, di una verità relativa da cercare. Vorrei concludere con Senza cuore, che è il componimento che preferisco e che si commenta da sé:

Ci sono luoghi dell'anima 
che non hanno finestre 
soltanto porte sbarrate. 
Da lì il mio cuore 
rimbalza da muro a muro 
e ha un suono grave 
e forte che riecheggia il tuo nome. 
Nessuno sentirà le mie urla 
e verrà a salvarmi, 
tutti dimenticano un piccolo principe 
chiuso in una torre d'avorio 
che muore dissanguato per te.

voto: *****/5






venerdì 4 aprile 2014 | By: Unknown

Top 10 - Marzo 2014



Da quanto tempo non mi dedicavo a questa rubrica? Sarà passato un anno, come minimo, e adesso...eccomi qui con la mia top 10 di marzo. Enjoy.

P.S. i punti non sono in ordine d'importanza ma in ordine di "come mi sono venuti in mente".

1) COSTELLAZIONI



E' l'ultimo cd di Vasco Brondi alias Le luci della centrale elettrica. E' il suo lavoro più maturo e melodico, ricco di testi (come sempre) intensi, evocativi, unici. La mia canzone preferita dell'album? Difficile da scegliere tra il sound soft di I Sonic Youth, l'intensità di Macbeth nella nebbia, il ritmo di Firmamento che richiama da vicino i CCCP. Ad ogni modo, la mia preferita è Le ragazze stanno bene perché è bellissima. Semplicemente.




"Forse si trattava di accettare la vita come una festa,
come ho visto in certi posti dell’Africa.
Forse si tratta di affrontare quello che verrà
come una bellissima odissea di cui nessuno si ricorderà.
Forse si trattava di dimenticare tutto come in un dopoguerra
e di mettersi a ballare fuori dai bar
come ho visto in certi posti della Ex-Jugoslavia.
Forse si tratta di fabbricare quello che verrà
con materiali fragili e preziosi, senza sapere come si fa."


2) VALERIA






Non necessita di spiegazioni, right?











3) L'ESTATE ENIGMISTICA

Sono particolarmente in fissa con questa non più giovane canzone dei Baustelle, tratta dall'album I mistici dell'Occidente. L'adoro. Mi ha accompagnata all'università per tutto marzo.


4) IL CALCIO NEL SEDERE DI CANDIDE

 

Ho letto una prima volta Candide in quarto superiore, come libro di narrativa per letteratura francese, e l'ho riletto recentemente per un esame universitario. Questo passaggio è uno dei miei preferiti in assoluto. L'amore che non gli è valso che venti calci in culo, letterale. Voltaire, you won. 

5) LETTERATURA ITALIANA MODERNA E CONTEMPORANEA

 E' l'ultimo corso della mia triennale ed è uno dei più affascinanti che io abbia seguito in questi tre anni. E no, non sono secchiona, lungi da me, ma lui, vecchietto, con la F moscia di Vendola, è un mito. Parla in stream of consciusness, parte da un punto e poi si dimentica quello che stava dicendo perché i pensieri lo portano ad altri autori, ad altri brani, e passa da Svevo a Saba a Montale (ma era partito da Pirandello) ed è bellissimo che sia così, senza mappa, senza quella presunzione accademica del recitare saggi critici a memoria. Pura e pulita passione per la Letteratura. 

6) PROUST, LA PETITE MADELEINE E IL LICEO


Ricordate il vecchio Marcel, la tazza di tè e la petite madeleine il cui sapore fa riaffiorare l'immenso "edificio della memoria"? Bene. La mia petite madeleine, in questi giorni, è stata l'ECDL. Sto sostenendo gli esami di informatica nel mio vecchio liceo e così, ogni venerdì, salgo sul numero 2, attraverso il lungomare, passo davanti al Marconi, alla San Francesco, alla Resurrezione, al mercato coperto, alla casa di un mio ex, e poi arrivo lì. A scuola. La foto qui proposta è vecchissima e io sono quella lì di spalle con i capelli di Raperonzolo e il maglione bianco. Bei tempi? Forse sì, forse no. Un pizzico di nostalgia c'è comunque, insieme alla lieve consapevolezza del "tutto scorre e tu stai invecchiando".

7) IL CENTRO DI ITALIANISTICA



Dovevo arrivare all'ultimo anno di università per scovare la mia biblioteca del cuore. Beh, l'ho trovata (grazie, OPAC). Silenziosa, piccola, senza luci al neon sparate negli occhi, ignorata dal mondo universitario più "in", priva di fighi, comunisti dell'ultim'ora, clan di studenti à la page che sussurrano urlando. E poi c'è quel banco lì, addossato al muro, solitario...uau. 

p.s. però adesso non è che venite tutti in biblioteca con me, neh?

8) I BUONI PROPOSITI DI GIOVANNI GIUDICI

  So perfettamente che la foto è mossa ma ero in biblioteca e non potevo certo mettermi lì a scegliere l'inquadratura perfetta. E' una pagina che riporta i buoni propositi del poeta olivettiano Giovanni Giudici per l'anno 1946. Beh, mi ha fatto un certo effetto leggere che anche un grande intellettuale come lui, a suo tempo, ha avuto bisogno di stilare un elenco di "cose da fare", di gente alla quale legarsi, di riviste con le quali collaborare. La numero 6) vince.

9) ROOKIE'S YEARBOOKS 1 AND 2

 

Seguo Rookie da una vita e l'adoro perché rispecchia perfettamente l'ideale di magazine (intelligente) per adolescenti e giovani adulti. Ricco di spunti di riflessione, racconti, musica, idee DIY, è un sito che chiunque legge in inglese dovrebbe scoprire. Quelli che vedete qui sopra sono i due volumi che raccolgono in cartaceo tutti gli articoli di questi due anni Rookiani. Da non perdere.

10) LE BUSTINE DI ZUCCHERO CON RICETTA



C'è un bar, a Bari, che è il mio bar preferito e nessuno lo sa. E' solo mio perché ci vado da sola, senza amiche né fidanzati né futuri mariti né parenti di sorta. E' il mio piccolo angolo di pace, quello in cui sorseggiare un decaffeinato macchiato leggendo manoscritti sul kindle. Conosco tutti coloro che lavorano nel locale, ci prendiamo in giro, ho acceso le loro sigarette finché non ho smesso di fumare. Conosco il cane del cliente abituale, quello con la brillantina. La vecchietta che abita lì vicino e che alle undici scende a prendere un caffè. E' l'unico bar nel quale posso entrare e dire "il solito" come nei telefilm americani. E, da un po' di giorni a questa parte, hanno le bustine di zucchero con ricetta. Non credo che cucinerò mai un filetto di cernia alla mostarda e non sono nemmeno del tutto sicura di sapere che cosa sia una cernia, ma l'idea è davvero carina. E poi, si sa, io colleziono bustine di zucchero.


La mia top 10 di marzo finisce qui. Ora inizio a prendere appunti per aprile o, meglio, ora vado a prepararmi ché devo spegnere il computer e uscire.

p.s. ma quanto mi piace questa rubrica. Sono un genio. Vero che sono un genio?











sabato 8 marzo 2014 | By: Unknown

E tutta la vita è in noi fresca.



Sono giorni diversi, questi. Giorni in cui mi rendo conto di aver dimenticato per così tanto tempo quello che sono che adesso, quando improvvisamente mi riscopro durante un illuminante corso universitario, mi cado addosso come un fulmine e dico: eccomi, ero qui. Qui dove? Qui, a spendere le ore aspettando lo squittio di whatsapp, il messaggio dell'amore di turno, l'amore, il turno. Aspettare. Ho scritto un libro che s'intitola Waiting room ed era proprio lì che ero: in sala d'attesa. E poi viene lui, cariatide universitaria con la F di Jovanotti e i capelli bianchi. Da lì, dalla cattedra lontana, parla di D'Annunzio e Pascoli e Pirandello, la differenza tra modernismo e futurismo, il metamorfismo panico nella Pioggia nel pineto, Gozzano che rifiuta di cogliere il quadrifoglio, Graziella de Le due strade, ed io. Io. Improvvisamente ci sono, mi riaccendo e mi ricordo: ecco, era qui che dovevo essere. Qui. L'unica stupida che prende appunti, l'unica che non si lima le unghie, che non messaggia, non chatta, quello dopo, quello a casa. Adesso aspetta un attimo, ci sono. Sono tornata. Ho degli interessi, delle passioni, un potenziale, carte da giocare. Giochiamo al mercante in fiera. Punto su me, sulle poesie che conosco a memoria, sulla metrica latina, sui libri, i monumenti, Bari, la curva infinita e perduta del lungomare e nel mare il tramonto, e io sono sempre stata qui. Non mi vedevo, ma ero qui. Chi stavo aspettando? Perché non ho mai scritto quel saggio breve che ho sempre avuto in mente? Le mie idee. Non le ho mai usate davvero. Ascolta, ascolta. Quel verbo reiterato nella Pioggia nel pineto. Ascolta. Dov'eri? E adesso che mi guardo allo specchio con gli occhi sbavati nella matita nera penso: bentornata. Saltellando tra le pagine di Virginia Woolf, matitone fucsia e pilot nera, appunti, post-it. Bentornata. Ho tanto da dire, da scrivere, da urlare in Georgia 12 su un documento word. "E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pesca intatta". Perché non sono solo quella che legge i manoscritti, le opere con i refusi, gli orrori letterari, e scovo ogni tanto qualche perla tra i porci. Non posso essere solo questo. Guarino Veronese, umanista e docente, scriveva ai suoi alunni che siamo come dei vasi: se il vaso viene riempito di unguenti che puzzano, anch'esso arriverà a puzzare. Noi siamo così. Dobbiamo riempirci di bellezza per farci belli. E sapete perfettamente di quale bellezza sto parlando.
sabato 4 maggio 2013 | By: Unknown

contavo le volte, le città, le frasi



Contavo le volte, le città, le frasi
i giri della mente, i piani di scale, 
poi nulla aveva più a che vedere
con tanta contabilità


sentivo la mano addormentarsi
il crampo che s'incamminava
formicolando verso di lei
come su un vassoio le portasse
le mie braccia, la mascella un po'
spessa, la testa grassoccia:


mi pareva che venisse, nel buio sentivo
lo scricchiolare dei passi, la amavo
anche nel sonno, la stavo amando
su tra i pioli del soppalco col fiato più alto
e il brusco, lento ritorno del sangue.

(Ermanno Krumm, in Respiro)




venerdì 13 luglio 2012 | By: Unknown

Arcaico torso di Apollo.

Non conoscemmo il suo capo inaudito
e le iridi che vi maturavano. Ma il torso
tuttavia arde come un candelabro
dove il suo sguardo, solo indietro volto,

resta e splende. Altrimenti non potrebbe abbagliarti
la curva del suo petto e lungo il rivolgere
lieve dei lombi scorrere un sorriso
fino a quel centro dove l'uomo genera.

E questa pietra sfigurata e tozza
vedresti sotto il diafano architrave delle spalle,
e non scintillerebbe come pelle di belva,

e non eromperebbe da ogni orlo come un astro:
perché là non c'è punto che non veda
te, la tua vita. Tu devi mutarla.

(Rainer Maria Rilke)

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venerdì 11 maggio 2012 | By: Unknown

Scriveva Beckett.

Passano gli anni dell'apprendimento
a dissipare il coraggio per gli anni
in cui vagabondare dentro un mondo
che con garbo si libera ruotando
da ogni grossolano apprendimento.

Scriveva Beckett, nella sua infinita saggezza.

school memories Pictures, Images and Photos
















(findstaff2, photobucket.com)
giovedì 12 aprile 2012 | By: Unknown

cammina.

"Sapesti i tentacoli
del dubbio, assai volte. Procedi ancora. Perché
riottoso t'arresti, disperi di te,
o vagabondo? Perché?
Cammina."

(Montale, da Ritmo, in Poesie disperse)
venerdì 6 aprile 2012 | By: Unknown

Clizia.

Mi piacerebbe chiamare mia figlia Clizia, se avessi una figlia, ma è meglio aspettare qualche anno. diciamo pure decennio o ventennio, chissà. La Clizia di Machiavelli, che non è la stessa di Montale. La Clizia che bevve brina e lacrime fino a che non rinacque girasole. Clizia allungata sulla chaise longue, me la immagino, languida e morbida dentro un vestito di mussolina bianca quasi trasparente. Clizia e i lunghi capelli mossi che immagino color mogano, trafitti di ciocca in ciocca dalla luce del sole. Sì, mi piacerebbe chiamarla Clizia, questa bambina che forse - tra dieci venti trent'anni - sarà mia.

"Sempre allungata
sulla chaise longue
della veranda
che dava sul giardino,
un libro in mano forse già da allora
vite di santi semisconosciuti
e poeti barocchi di scarsa reputazione
non era amore quello
era come oggi e sempre
venerazione."

Scrisse Montale, tante vite fa.


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fotografia di Tim Walker, genio del nostro tempo.
giovedì 5 aprile 2012 | By: Unknown

at your feet.

Mi sono inginocchiato ai tuoi piedi
o forse è un'illusione perché non si vede
nulla di te
ed ho chiesto perdono per i miei peccati
attendendo il verdetto con scarsa fiducia
e debole speranza non sapendo
che senso hanno quassù il prima e il poi
il presente il passato l'avvenire
e il fatto che io sia venuto al mondo
senza essere consultato.
Poi penserò alla vita di quaggiù
non sub specie aeternitatis,
non risalendo all'infanzia
e agli ingloriosi fatti che l'hanno illustrata
per poi ascendere a un dopo
di cui sarò all'anteporta.
Attendendo il verdetto
che sarà lungo o breve grato o ingrato
ma sempre temporale perché nulla di buono è mai pensabile
nel tempo,
ricorderò gli oggetti che ho lasciati
al loro posto, un posto tanto studiato,
agli uccelli impagliati, a qualche ritaglio
di giornale, alle tre o quattro medaglie
di cui sarò derubato e forse anche
alle fotografie di qualche mia Musa
che mai seppe di esserlo,
rifarò il censimento di quel nulla
che fu vivente perché fu tangibile
e mi dirò se non fossero
queste solo e non altro la mia consistenza
e non questo corpo ormai incorporeo
che sta in attesa e quasi si addormenta.

(Eugenio Montale, Ai tuoi piedi, in Quaderno di quattro anni)

mercoledì 14 marzo 2012 | By: Unknown

Il primo gennaio.

So che si può vivere
non esistendo,
emersi da una quinta, da un fondale,
da un fuori che non c'è se mai nessuno
l'ha veduto.
So che si può esistere
non vivendo,
con radici strappate da ogni vento
se anche non muove foglia e non un soffio increspa
l'acqua su cui s'affaccia il tuo salone.
So che non c'è magia
di filtro o d'infusione
che possano spiegare come di te s'azzuffino
dita e capelli, come il tuo riso esploda
nel suo ringraziamento
al minuscolo dio a cui ti affidi,
d'ora in ora diverso, e ne diffidi.
So che mai ti sei posta
il come - il dove - il perché,
pigramente indisposta
al disponibile,
distratta rassegnata al non importa,
al non so quando o quanto, assorta in un oscuro
germinale di larve e arborescenze.
So che quello che afferri,
oggetto o mano, penna o portacenere,
brucia e non se n'accorge,
né te n'avvedi tu animale innocente
inconsapevole
di essere un perno e uno sfacelo, un'ombra
e una sostanza, un raggio che si oscura.
So che si può vivere
nel fuochetto di paglia dell'emulazione
senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato
da Chi volle tu fossi...e se ne pentì.
Ora
uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti
lo scheletro dell'albero di Natale,
ti accompagna in sordina il mangianastri,
torni dentro, allo specchio ti dispiaci,
ti getti a terra, con lo straccio scrosti
dal pavimento le orme degl'intrusi.
Erano tanti e il più impresentabile
di tutti perché gli altri almeno parlano,
io, a bocca chiusa.

(Il primo gennaio, Eugenio Montale, in Satura)

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domenica 4 marzo 2012 | By: Unknown

siamo tutti vincitori siamo vivi.

Un bel giorno del 1961 Qualcuno scrisse

dio mio che meraviglia
balzare giù dal letto
e bere troppe tazze di caffè
e fumare troppe sigarette
e uscir di testa per te.

Ed era il 1961, ma Lui mi ha rubato le parole, quel giorno. Le mie parole per te.
domenica 26 febbraio 2012 | By: Unknown

Panna acida.

Nescaffè macchiato con panna appena
appena acida, e un colpo di telefono all'Aldilà
che più di tanto non sembra avvicinarsi fin qua.
"Oh babbo, muoio di starmene ciucco per giorni"
sulla poesia di un mio nuovo amico
la mia vita stretta precariamente nella mano
presaga di altri, le loro e le mie impossibilità.
Questo è l'amore, ora che il primo amore è finito
davvero, dove non c'erano più possibilità?

(Frank O'Hara, Poesia)


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martedì 14 febbraio 2012 | By: Unknown

L'ora più bella è di là dal muretto.

Gloria del disteso mezzogiorno
quand'ombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano d'attorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.

Il sole, in alto, - e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
l'ora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.

L'arsura, in giro; un martin pescatore
volteggia s'una reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita
.

(Eugenio Montale, Ossi di seppia)
venerdì 27 gennaio 2012 | By: Unknown

il crepuscolo del mattino.

Come un volto in lacrime che asciugano le brezze,
l'aria è piena del fremito di cose che fuggono;
l'uomo è stanco di scrivere e la donna di amare.

(da Il crepuscolo del mattino, Charles Baudelaire)

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giovedì 29 dicembre 2011 | By: Unknown

s'inceppa il mio cuore.

S'inceppa il mio cuore nel miocardio
poltiglia in crostacee amnesie
s'impiglia quasi come fa la luna
sfilacciata tanto per dirne una
dall'incosciente inox delle antenne
calore mesenterico superiore
cavo e succlavio e
mitralicamente parlando
sottomesso in conserva
defenestrato gloria mundi
sogni inguinali
linfografie d'autore sottocosto
all'asta nella fiera delle pulci.

(Lino Angiuli, Campi d'alopecia 1979)


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martedì 6 dicembre 2011 | By: Unknown

scrigni, segreti, passioni.

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"Cullata dalle onde farò naufragare i miei pensieri,
costruirò una collana fatta solo di baci
che il mare saprà portare fin dove sei tu."

(Scrigni, segreti, passioni - Sandra Riato 2008)


Proprio una bella sorpresa questo libricino che mi è stato recapitato per posta grazie ad una catena di lettura organizzata su aNobii. Ho divorato le poesie che compongono la silloge in un solo pomeriggio, con una tazza di tè tra le mani e questo adorabile libro sulle ginocchia. Le poesie di Sandra hanno, tra gli altri, un grandissimo pregio: sono scritte in modo semplice, diretto, con un linguaggio che mira dritto al cuore senza perdersi in fronzoli. L'autrice è in grado di rispettare il principio della "concentrazione" di Baudelaire, secondo il quale la poesia non deve disperdersi, nè confondere il lettore, ma deve immediatamente lasciar passare il suo messaggio. Altra caratteristica fondamentale di questa raccolta è la delicatezza: fiori, colori, primavere si rincorrono tra queste pagine, e le parole sono carezze, sono baci in punta di labbra. e per dimostrarvelo, vi riporto di seguito Nulla più, la poesia che più mi ha affascinata in questa raccolta:

Nemmeno un sogno da chiudere nel cassetto,
da custodire, da celare nel cuore;
nulla più mi resta ormai.
Te ne sei andato lasciandomi così sola...

Precipito nell'abisso dei miei ricordi:
non trovo più rifugio in loro:
ti hanno seguito dietro quella porta,
dietro quella fitta coltre di nebbia che da ieri ci
separa.
E così mi avvio, inesorabilmente, verso un viaggio
senza fine:
come è triste sapere che tutto il mio cercare sarà
inutile...

Non ci sono confini nel mio cuore,
ecco perchè spazio così,
prigioniera della mia stessa libertà.
Almeno potessi piangere,
gridare il tuo nome,
poter dire al mondo ciò che provo per te...
Nulla di ciò mi è più possibile in questa gelida notte
le cui tremule stelle hanno rapito anche i miei sentimenti.

Solo cupo clamore e pianto infinito giacciono in me,
qui, sola, illuminata da questa pallida luna,
mentre vorrei vederti sospirare turbato sussurrando
il mio nome.

Ma, forse, niente che mi appartenga è rimasto in te.
Inutile l'affastellarsi di pensieri senza senso nella
mia mente,
inutile lo struggermi pensando a te che non sai
che la profondità dell'anima
supera persino quella di uno dei mari più sconfinati
dell'universo.

L'AUTRICE

Photobucket Sandra Riato nasce a Dolo (VE) allo sbocciare della primavera del 1976. Vive ad Oriago, frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia all'Università di Venezia. Fin da bambina annota nei suoi diari riflessioni, gioie e malinconie, mentre scruta il mondo con silenziosa attenzione e curiosità. "Non bisogna mai smettere di credere nei propri sogni." Eccola infatti aprire il suo "scrigno segreto".

QUI il suo blog.
domenica 4 dicembre 2011 | By: Unknown

Spleen.

(la migliore "Spleen" di Baudelaire)

Ho più ricordi che se avessi mille anni.
Un grosso mobile a cassetti, zeppo di conti,
versi, biglietti d'amore, processi, romanze
e pesanti ciocche di capelli avvolte in quietanze,
nasconde meno segreti del mio triste cervello.
E' una piramide, un sepolcro immenso
con più morti della fossa comune.
- Sono un cimitero aborrito dalla luna,
dove, come rimorsi, lunghi vermi si trascinano
e infieriscono sui miei morti più cari.
Sono un vecchio salotto pieno di rose appassite,
dove giace un'accozzaglia di mode sorpassate,
dove pastelli lamentosi e pallidi Boucher,
soli, respirano l'odore d'un flaconcino aperto.

Nulla eguaglia in lunghezza quei giorni zoppicanti
in cui, sotto pesanti fiocchi di nevose annate,
la noia, frutto della triste indifferenza,
assume proporzioni d'immortalità.
- Mia materia viva, ormai tu sei soltanto
un granito circondato di vago spavento,
assopito nel fondo delle nebbie del Sahara!
Sei una vecchia sfinge ignorata dal mondo incurante,
dimenticata sulle mappe e con un estro selvaggio
che canta solo ai raggi del sole che tramonta.

(I fiori del male, Charles Baudelaire)


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