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domenica 10 luglio 2016 | By: Unknown

Bologna, solitudine e Hopper: Diario di bordo

Amo viaggiare da sola, al di là di tutti i vari ed eventuali "è pericoloso", "può succederti qualsiasi cosa", "sei pur sempre una donna" (quest'ultimo è naturalmente il più gettonato). Sì, è vero, bisogna tenere gli occhi aperti, ma ciò non vuol dire che ci si debba barricare in casa. E poi, io dovevo vedere la mostra di Hopper. Hopper è il mio artista preferito, colui che mi ha ispirato un'infinità di storie con i suoi dipinti, il mio uomo, la mia musa, eccetera. Dovevo andare da lui, con o senza accompagnatore. Così ho organizzato il viaggio più breve ed economico della storia: ventiquattr'ore, 38 euro totali di treno (andata+ritorno), 30 euro di albergo in pieno centro, 8 euro di museo (con lo sconto del "lunedì studenti").

Alle sette e mezza di mattina ero già in un bar vicino alla stazione, a bere il mio caffè macchiato e a fumare la prima sigaretta della giornata. Non avevo una valigia e avevo infilato il cambio direttamente nella borsa di tutti i giorni. Roba che, a vedermi così, sembrava dovessi affrontare un viaggio di quindici chilometri al massimo. Alle otto e qualcosa ero già sul treno, un Intercity Supereconomy pagato nove euro e novanta. Certo, si è fermato praticamente a ogni stazione e il viaggio è durato una vita, ma è andata bene e ho riscattato quei cento euro buttati qualche tempo fa per il mio ritorno improvviso da Torino. E ho letto Auto da fé di Canetti.



Appena arrivata alla stazione centrale di Bologna, ho preso l'uscita di via de' Carracci e proprio lì, a pochi metri dalla stazione, c'era il mio albergo. Va bene, okay, in realtà non era un albergo: era un appartamento. Non c'era un'insegna, ma solo un bigliettino da visita incollato al campanello. Ho suonato, aspettandomi il peggio. D'altra parte, cosa si può pretendere per 30 euro a notte con colazione e wifi inclusi?

"Sì?"
"Cataldi, ho una prenotazione"
"Bene. Il cancello è rotto, può entrare direttamente. Ora io le apro il portone, dalla prossima volta in poi lo aprirà con la chiave che troverà in camera. Al secondo piano troverà un appartamento, la porta ha un tastierino. Digiti il codice ***** e sarà dentro. La sua stanza è la numero 1, troverà le chiavi nella toppa. Arrivederci".

Click. Ho fissato il campanello per qualche tempo, poi sono scoppiata a ridere. E meno male che avevo fatto in tempo a segnare il codice nelle note del cellulare (ce l'ho ancora, per ricordo). Sono entrata, ho salito le scale, digitato il codice sul tastierino, aperto la porta. Ed eccolo lì, l'appartamento. Era immerso nell'oscurità e un po' di strizza mi è venuta. Ho telefonato a Marzia per dirle che stavo per entrare in una casa sconosciuta e buia e che non avevo la più pallida idea di chi potesse esserci all'interno. Con lei al telefono, ho tastato il muro fino a trovare l'interruttore. Così, ho notato che due stanze - la mia e un'altra - erano vuote perché le chiavi erano all'esterno, ma la numero 2 era occupata. C'era qualcuno in casa. Con un balzo che neanche Bambi ho raggiunto la mia stanza e mi sono chiusa dentro. Il mistero del coinquilino si sarebbe risolto cinque minuti dopo con un bel colpo di tosse con catarro che, nonostante la finesse, si è rivelato essere inequivocabilmente femminile. Quindi eravamo io e lei, due donne sole. Mi è andata bene, suvvia. Comunque, la casa era davvero graziosa, pulita e completa di tutto. Il wifi velocissimo, la posizione ottima. Al di là delle piccole paranoie iniziali del tipo "Oh mio Dio chi diavolo sta vivendo a mezzo metro da me? Sono sola in casa con uno sconosciuto! E stiamo usando lo stesso bagno!", il resto era okay.














Una volta visto l'appartamento nel quale avrei passato la mia unica notte bolognese in solitaria, sono uscita di nuovo e mi sono concessa una capatina alla scalinata del Pincio e al parco. Lì, affacciata alla balconata che dà su via dell'Indipendenza, finalmente sola, una sigaretta tra le dita e tutte le rogne baresi ad anni luce di distanza, ho respirato a pieni polmoni e avrei persino cantato l'Alleluia se non avessi avuto tanta gente intorno. Ho passeggiato per il parco, letto un po' su una panchina, cercato di giocare con dei bambini che però, ahimè, mi hanno tagliata fuori in quanto apparentemente adulta. Peccato. 




Dopo un caffè sotto i portici, mi sono finalmente incamminata verso Palazzo Fava per la mostra. Temevo code chilometriche, e invece sono semplicemente entrata, ho presentato il libretto universitario, preso il mio biglietto e le cuffie dell'audioguida e sono andata. Ragazzi, non potete capire. Essere lì, a mezzo metro dal grande uomo della mia vita, dai quadri che per anni ho guardato sui libri fino a consumarmi gli occhi, è stato incredibilmente emozionante. Di fronte a Second story sunlight mi è venuto da piangere, ma mi sono trattenuta perché, diamine, avevo un contegno da mantenere. L'atmosfera, poi, era meravigliosa. Era il lunedì studenti ed eravamo tutti giovani ed eravamo pochi e ognuno di noi era andato lì da solo. Passavamo di quadro in quadro, ci scivolavamo accanto senza sfiorarci mai, ognuno con le cuffie alle orecchie e l'audioguida che spiegava a ciascuno un dipinto diverso. Eravamo da soli, ma insieme. 




Al secondo piano, poi, era stata preparata una sorpresa per i visitatori: bastava sedersi su una sedia nell'angolo per entrare in Second story sunlight (che è il dipinto dell'ultima foto, per intenderci) e ritrovarsi al posto dell'anziana signora col giornale. Praticamente, per un effetto ottico, ci si ritrovava nel quadro. Meraviglioso.

Il resto del pomeriggio è trascorso tra i vari caffè (ho trovato un bar che portava il mio nome, proprio accanto a Palazzo Fava), la partita dell'Italia (quel giorno vinse) e il panino avanzato dal viaggio della mattina. 



La notte, invece, si è rivelata leggermente più movimentata di quanto avevo previsto. Sono andata a letto alle undici convinta che la mia coinquilina avesse fatto altrettanto, e mi sono addormentata quasi subito. Il silenzio nella casa, la tranquillità della mia stanza con la porta chiusa a doppia mandata, la luce della luna che entrava dalla finestra. Tutto molto bello. Verso le tre, però, mi sono svegliata di soprassalto: avevo sognato di veder entrare qualcuno nella mia camera. Ovviamente non era successo niente, così ho dato le spalle alla porta e ho chiuso di nuovo gli occhi. A quel punto - ed erano le tre di notte - ho sentito il suono metallico del tastierino della porta d'ingresso e, dopo un po', lo scatto dello sblocco. What? Ma la tipa misteriosa non era andata a dormire con me? Evidentemente no. Per un istante ho avuto la sensazione che avesse fatto entrare qualcun altro in casa, e forse è stato davvero così, non ne ho la certezza. Dopodiché, ha iniziato a far rumore come se fossero le dieci del mattino e ad andare avanti e indietro per la casa, dalla sua stanza al bagno, dal bagno alla sua stanza, per circa un'ora. Roba che, non fossi stata praticamente in mutande, sarei uscita e le avrei tirato il ventilatore in testa. In realtà, però, questa strana interruzione notturna mi ha fatto tornare alla mente Western motel, una storia ispirata dall'omonimo quadro di Hopper (sempre lui) e da me lasciata a marcire allo stato brado di semplice scaletta dal 2011. Lì, in quella notte bolognese, stesa sul letto con gli occhi sbarrati e le orecchie che captavano ogni movimento della mia coinquilina, ho finalmente capito il senso di quella storia che non avevo mai scritto. Così mi sono alzata, ho afferrato il cellulare, buttato giù una lunga nota. Intanto l'altra ha smesso di fare le vasche per tutta la casa ed è andata finalmente a dormire. Alle sei io ero già in piedi, mi ero già lavata, avevo già saccheggiato la cucina dell'appartamento e mollato le chiavi. Sono praticamente scappata come una ladra e ancora oggi mi chiedo chissà che cavolo di faccia aveva, la persona con cui ho condiviso una casa per un giorno e una notte.


Sono del parere che le città vadano viste appena sveglie. Come per le donne, no? Se vuoi scoprire se una donna è bella sul serio, va' a scoprirla al momento del risveglio. Bologna, alle sette del mattino, era splendida. Ho camminato sotto i portici per un bel po' prima di sedermi allo stesso bar del giorno prima, quello col barista carino (che non ha capito un'acca della mia ordinazione e mi ha presentato un cappuccino e un espressino freddo anziché un cappuccino e un krapfen. Bello quanto idiota, insomma). Amo camminare, soprattutto quand'è mattina presto e sono sola e per strada ci sono solo i baristi che aprono i locali. Ricordo un'esperienza simile di qualche anno fa, a Ferrara, quando lasciai l'albergo dopo essere rimasta sveglia per tutta la notte e non aver nemmeno toccato il letto e vagai fino al castello nell'aria fresca del mattino, senza che nessuno sapesse dove fossi. 

Alle 12 sono ripartita, di nuovo Intercity, di nuovo un viaggio della speranza, ma è andata bene anche questa volta. I vestiti sporchi nella borsa, un pacchetto di patatine gusto vivace, una sigaretta fumata al volo alla fermata di Riccione con altre quattro persone, tutti accalcati in quel misero rettangolo della porta del treno, uno sopra l'altro, con l'ansia del dover lanciare la cicca prima del fischio della ripartenza. E la ragazza tatuatissima dai capelli biondi sparati verso l'alto che mi sedeva accanto e ogni tre minuti mi scaricava addosso un'ansia incazzata da record. "Ma quando arriviamo? Quanto manca a Bari? Ma si allontana anziché avvicinarsi?". Superata Enziteto, le ho detto "Dai, ora siamo veramente arrivati". Ha emesso un grugnito di non facile interpretazione. E poi eccola, Bari. In ventiquattr'ore non è cambiato nulla: qui ci sono ancora i posti da evitare, le persone dalle quali non farsi vedere, il campo minato. Pazienza. L'aria pesante, umida. L'odore di mare che arriva fin lì, sui binari. Ho sorriso. Casa.












sabato 9 luglio 2016 | By: Unknown

rEvolution

Who made this?


Notte. Retrogusto di tabacco, voci di grilli in lontananza. Questi ultimi giorni sono stati intensi, tra liti furibonde e tazzine di caffè rovesciate, bicchieri d'acqua ricevuti in pieno viso e lunghe passeggiate per evitare determinati luoghi e determinate persone. Mai come in questi giorni la mia città mi è sembrata un campo minato. Ho dovuto rivoluzionare tutte le mie abitudini, cambiare fermate dell'autobus, cambiare bar, librerie, tutto. E, come dopo ogni terremoto, adesso sto sopportando le scosse di assestamento. Eppure, strano ma vero, è quasi divertente. E' difficile ma bello, dopo tanto tempo, spingersi più in là, entrare in un bar sconosciuto, incontrare nuova gente, provare qualcosa di nuovo. Intanto ho quasi finito di scrivere IL romanzo. Dico IL perché è il libro che più sento mio - pur essendo diversissimo da tutto ciò che ho scritto precedentemente e che ancora porto avanti - ed è doloroso e ha avuto una gestazione difficile e sono due anni che lo prendo, lo mollo, lo riprendo, lo distruggo, lo ricostruisco, lo rivoluziono. Lui cambia, io cambio. Incontro gente e questa gente cade accidentalmente nel libro e lo trasforma e intanto anch'io mi trasformo.

And this?


Ho un insano bisogno di scattare foto e di andare al mare - una cosa non esclude l'altra. Tra pochi giorni mi laureo, di nuovo. Ieri sono uscita per comprare il vestito. Mi sono data dieci minuti, non avevo tempo da perdere. Sono entrata nel primo negozio, ho preso un vestito, l'ho provato, perfetto, venti euro e sono uscita. Era pure in saldo. Poi sono andata a rinchiudermi sotto il gazebo all'aperto di uno dei miei nuovi bar - e no, questa volta niente nomi, sono in incognito - ho acceso una sigaretta, ho ordinato un caffè e ho ricominciato a scrivere. Amo scrivere nei bar: quel brusio sommesso, la confusione sottile, il calore umano mentre tu sei lì, nella tua bolla, che vedi tutto e registri tutto ma non puoi essere toccato da niente. Ah, dimenticavo: ho una serie di arretrati da pubblicare sul blog. Vi lascio un piccolissimo calendario, così, tanto per capire se è il caso di aprire questo piccolo angolo di rete anche domani e dopodomani e il giorno dopo dopodomani.


  • Domenica 10 - Diario di viaggio (sono stata a Bologna, sola soletta, dal mio amato Hopper)
  • Lunedì 11 - Book Challenge 2016: Parte 1 (con mini-recensioni. La prima parte include i primi 10 libri che ho scelto e già letto per la mia challenge. Se volete partecipare, la trovate qui)
  • eppoiboh

Quasi quasi esco e fumo un'altra sigaretta. Anche se è buio. Anche se indosso una camicia da notte imbarazzante, gli occhiali e il pinzone. Anche se ma sì ma dai. Fumosa buonanotte a voi. 
venerdì 3 giugno 2016 | By: Unknown

Cose da fare prima della fine dell'estate

Tanto tempo fa, nel lontanissimo 2013, mentre ero in vacanza in montagna e camminavo per le vie di Bressanone, scovai questo meraviglioso articolo su Rookie. Così oggi, alle porte dell'estate, con una caterva di roba da studiare e l'ultimo capitolo della tesi da consegnare, mi prendo un'oretta di pausa per guardare Il mistero del falco e per riproporvi quel bel post di Rookie in una traduzione amatoriale e con l'aggiunta dei miei consigli. Vi avverto: le mie idee sono strambe sul serio.

POST ORIGINALE --> qui


COSE DA FARE PRIMA DELLA FINE DELL'ESTATE

I consigli di Rookie:

  • falò sulla spiaggia + s'mores
  • passeggiata in bicicletta all'alba
  • imparare la coreografia di una canzone (meglio se truzza, aggiungerei io)
  • nuotare in più di una piscina
  • preparare le proprie brioche con gelato
  • creare uno scivolo d'acqua (tutorial)
  • preparare una marmellata
  • regalarsi un giorno in totale solitudine
  • andare in una riserva naturale e comportarsi come un leone
  • danzare sotto la pioggia
  • fare la turista nella propria città e lasciare un segno del proprio passaggio
  • entrare in una zona abbandonata
  • leggere un libro in un giorno
  • andare in spiaggia
  • fare bird-watching
  • andare in giro fotografando gente dall'outfit particolare
  • colorarsi i capelli e realizzare delle maglie tie-dye
  • celebrare la luna piena
  • realizzare strane acconciature 
  • mangiare solo gelato per un giorno intero
  • scrivere e girare un intero film in un giorno
  • fare una gita nei boschi
  • passare un giorno in piscina e mangiare patatine fritte
  • raccogliere fiori
  • hula-hoop
  • ordinare cocktail vintage (qui e qui qualche suggerimento)
  • fingere di scappare di casa e dare il via a una caccia al tesoro
  • arrampicarsi su un albero (o almeno provarci)
  • stare a letto per un giorno intero
Le mie aggiunte:

  • farsi un tatuaggio temporaneo dorato o argentato, ben in vista
  • estrarre una persona a caso dalla rubrica e telefonarle, chiunque sia
  • sedersi a un tavolino di un bar con uno sconosciuto
  • uscire di casa indossando un rossetto giallo
  • comprare un Cioè
  • guardare tre classici del cinema in un solo giorno
  • comprare una rivista trash di gossip, una di economia e finanza e una di arredamento e leggerle di seguito in un parco
  • perdersi nella propria città
  • mangiare una granita dal gusto strano
  • bussare alla vicina per chiederle il prezzemolo come nei film
  • andare al mare da soli all'alba portandosi dietro un monumentale classico della letteratura e nessun cellulare (il libro deve avere più di 1000 pagine, altrimenti non vale)
  • imparare a memoria una poesia
  • musicare una poesia
  • organizzare una festa dal tema Parigi anni '20
  • truccare un'amica
  • offrire un caffè a uno sconosciuto



mercoledì 30 settembre 2015 | By: Unknown

Parigi è uno stato d'animo



Tutto è iniziato il giorno del mio compleanno, il 20 maggio di quest'anno. Ero arrabbiata perché quasi nessuno tra i miei amici mi aveva fatto gli auguri e perché non avevo ricevuto nessun regalo. Lo so, lo so, a volte sono proprio una bambina. Poi arriva la sera del 20 maggio, Alessio mi porta al mio pub irlandese preferito, il Joy's, et voilà: i miei migliori amici e la mia famiglia sono lì, seduti intorno a un tavolo. Gabriele, Pietro, Ilaria, Eleonora. I miei cognati, i miei suoceri, i miei genitori. Alessio. E poi Parigi, in una busta che mi viene consegnata prima della cena. Biglietti per Parigi, 25-29 settembre. Chi mi segue da tempo sa quanto io ami la capitale francese (basta leggere Paris calling, un mio articolo scritto quasi un anno fa) e dunque può immaginare anche la mia faccia quando ho aperto la busta. Chi ti ama sa sempre cosa regalarti.

Insomma, siamo stati a Parigi. Abbiamo anche lavorato, ovviamente (la nostra casa editrice non ha un nome francese per puro accidente) e ora siamo tornati a casa, non senza aver prima riempito di foto la memoria di Shaunee, la mia adorata Fujifilm. Mi dispiace di non essere riuscita a tenere un diario di bordo costantemente aggiornato come ho fatto altre volte, ma il wifi dell'albergo faceva le bizze e, lo ammetto, sono anche stata presa da pigrizia parigina doc. Ah, parentesi fashion: è proprio vero ciò che dice questo libro! Le (vere) parigine escono sempre coi tacchi ai piedi (non esageratamente alti, è ovvio, ma comunque tacchi), fumano e bevono caffè lungo. Vero, vero, vero.

stanza 604, Hotel Bellevue


uno dei bar della Gare du Nord

Sacré-Coeur

E insomma abbiamo vagato come Flaneurs, per l'appunto, per una Parigi che conoscevamo già ma che è stato bellissimo rivedere, riscoprire, rivivere. E' stato meraviglioso visitare per la prima volta la Shakespeare&Co. La sognavo da tantissimo tempo e non riesco a descrivervi l'emozione che si prova quando si entra in un posto così ricco di libri, di storia, di piacere di scrivere e di leggere. Legno ovunque, mobili vintage, scale strettissime con citazioni dipinte sui gradini e macchine da scrivere. Il paradiso.

La Shakespeare's&Co.


Soggetti strani davanti all'Arc de Triomphe

Altri soggetti strani: io e Ilaria nel bagno del McDonald. Due baresi che s'incontrano a Parigi

Cibo (troppo) dolce da Starbucks

Io e Stendhal. Diciamo che ho la macabra abitudine di farmi scattare foto accanto alle tombe. E sorrido, anche.

Renan

"Ehi, Marcel, me la porti 'sta tazza di tè con le madelaine, sì o no?"

Facce felici di girare per cimiteri. "Perché io sono viva e loro no"

La coca cola verde. Che poi era uguale alla rossa. Che poi era uguale alla Pepsi.


Ultima foto in assoluto (ma ce ne sarebbero tante altre, soprattutto quelle del Centro Pompidou): la nostra stanza inondata di sole alle otto del mattino. Dalla foto non si sente, ma c'era anche un ottimo profumo di cornetti appena sfornati.


martedì 14 luglio 2015 | By: Unknown

A walk to remember #1

Tra le tante cavolate che posto di tanto in tanto con cadenza pressappoco regolare c'è anche questa cosa del "A walk to remember" che, come molti di voi ricorderanno, è il titolo di un libro di Nicholas Sparks MA io non ho niente a che fare con lui, giuro. Vi ho mai detto che sono logorroica? Alessio mi ha scelta anche per questo: "Colma i miei silenzi quando siamo in pubblico", dice sempre. Perché una coppia è prima di tutto una squadra, right? Va bene, comunque, dicevo. Questa cosa del "A walk to remember" è una figata pazzesca (me lo dico da sola) alla quale ho pensato proprio oggi pomeriggio, mentre sfogliavo il Vogue di giugno tra un cucchiaio di yogurt alla banana e un morso di anguria. Si tratta di una pseudo-rubrica nella quale, di tanto in tanto, pubblicherò qualche vecchissima foto ripescata dal mio archivio. Vi beccherete roba tipo me a Milano nel 2010, a Londra nel 2010, a Parigi nel 2010 (il 2010 è stato un anno pazzesco), Romeo da cucciolo con gli occhietti spiritati, i miei fidanzati storici (ehm no, scherzavo), le feste patronali di dieci anni fa ecc. Mi piace un sacco quest'idea, non so bene perché. Sono egocentrica? E chi non lo è? E poi questo è il mio blog, dai. Se qui non parlo di me di che altro dovrei parlare?

Masticando roba zuccherosa nel giorno del compleanno di mia madre, 17.01.2011

Io e Marzia in fase di trucco e parrucco nell'inverno del 2009, prima del 18 anni di un amico

Vedi sopra

Congiura acquosa ordita ai miei danni dalla festeggiata nel giorno del suo compleanno, settembre 2007

14.07.2014. Dottoressa in Lettere e tanti auguri e figli maschi (beh no, magari quelli più in là)

Romeo che mi fissa i piedi con grande perplessità. 2012

Mia sorella nel giorno del suo matrimonio. 7.12.2011

Sul Sile. Luglio 2012


domenica 28 giugno 2015 | By: Unknown

Day 7: LandArt e letture in piscina

E siamo arrivati all'ultima puntata del nostro diario di bordo. Domani ci toccherà ripartire e quindi armi, bagagli, biglietto aereo e neanche un centesimo nel portafoglio. Letteralmente. Intanto non disperate: i diari di bordo ritorneranno a settembre con una meta più che interessante, Parigi. Oggi, poiché è domenica e viaggia un pullman ogni due ore, abbiamo trascorso la giornata nei boschi attraverso il sentiero LandArt per il lago di Issengo. Come vedrete dalle foto, la LandArt consiste nel realizzare opere d'arte con gli elementi naturali del bosco. Poi, caffè e cornetto al lago, passeggiata di ritorno e pranzo deprimente in una Brunico deserta. Ah, dimenticavo la lunga passeggiata a piedi dal centro alla zona industriale di Brunico verso l'unico supermercato aperto e tutto questo solo per comprare un libro. Il lato più piacevole? Il ritorno in albergo, io e Dickens sulla sedia a sdraio e la faccina del mio amore che sbuca a ripetizione dall'acqua della piscina coperta. Senza contare il litro di latte al cioccolato che berremo stasera, come ogni sera, con le gambe all'aria e una sigaretta (la mia) che si consuma da sola in un posacenere della Forst. Buon ritorno a casa a noi.

Falzes vista dal sentiero per Issengo


Un fiore

L'uomo di muschio

La capanna (e un intruso al suo interno)

Il ragno


Antico strumento di tortur...ehm, no. Spalliera reclinata per addominali


Il labirinto di pietra

Un po' di relax...

Avevo il sole negli occhi, non potevo che sembrare la bambina di The ring

Il pensatoio


Il lago di Issengo