giovedì 17 novembre 2011 | By: Bianca Rita Cataldi

Il giorno della civetta.

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Leggere Sciascia dovrebbe essere una specie di imperativo morale, tipo "lavati i denti prima di andare a dormire" o "non metterti le dita nel naso"; roba così, insomma. E sapete perchè? perchè c'è una differenza sostanziale tra il "romanzo di mafia" di Sciascia e il romanzo di mafia di qualunque altro autore. Il buon vecchio Leo non si limita a descrivere il fenomeno come fosse dinanzi ad una fotografia, ma prova anche a suggerire delle soluzioni. sì, questo è il verbo giusto: suggerire. Lui non si espone, non dice "ehi, sono qui e ho delle proposte!", no. Lui parla attraverso i suoi personaggi, attraverso il professor Laurana di A ciascuno il suo e il Capitano Bellodi de Il giorno della civetta. Lo fa con discrezione e al tempo stesso con enorme coraggio.
Sul fondo, la terribile consapevolezza di un'omertà che, come nebbia, sarà sempre pronta a coprire crimini e oltraggi. E mi tornano alla mente dei versi dei Baustelle...

"saremo santi disprezzando la realtà
e questo mucchio di coglioni sparirà
e ne bellezza o copertina servirà
e siamo niente siamo solo cecità."


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