venerdì 6 aprile 2012 | By: Unknown

Clizia.

Mi piacerebbe chiamare mia figlia Clizia, se avessi una figlia, ma è meglio aspettare qualche anno. diciamo pure decennio o ventennio, chissà. La Clizia di Machiavelli, che non è la stessa di Montale. La Clizia che bevve brina e lacrime fino a che non rinacque girasole. Clizia allungata sulla chaise longue, me la immagino, languida e morbida dentro un vestito di mussolina bianca quasi trasparente. Clizia e i lunghi capelli mossi che immagino color mogano, trafitti di ciocca in ciocca dalla luce del sole. Sì, mi piacerebbe chiamarla Clizia, questa bambina che forse - tra dieci venti trent'anni - sarà mia.

"Sempre allungata
sulla chaise longue
della veranda
che dava sul giardino,
un libro in mano forse già da allora
vite di santi semisconosciuti
e poeti barocchi di scarsa reputazione
non era amore quello
era come oggi e sempre
venerazione."

Scrisse Montale, tante vite fa.


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fotografia di Tim Walker, genio del nostro tempo.
giovedì 5 aprile 2012 | By: Unknown

at your feet.

Mi sono inginocchiato ai tuoi piedi
o forse è un'illusione perché non si vede
nulla di te
ed ho chiesto perdono per i miei peccati
attendendo il verdetto con scarsa fiducia
e debole speranza non sapendo
che senso hanno quassù il prima e il poi
il presente il passato l'avvenire
e il fatto che io sia venuto al mondo
senza essere consultato.
Poi penserò alla vita di quaggiù
non sub specie aeternitatis,
non risalendo all'infanzia
e agli ingloriosi fatti che l'hanno illustrata
per poi ascendere a un dopo
di cui sarò all'anteporta.
Attendendo il verdetto
che sarà lungo o breve grato o ingrato
ma sempre temporale perché nulla di buono è mai pensabile
nel tempo,
ricorderò gli oggetti che ho lasciati
al loro posto, un posto tanto studiato,
agli uccelli impagliati, a qualche ritaglio
di giornale, alle tre o quattro medaglie
di cui sarò derubato e forse anche
alle fotografie di qualche mia Musa
che mai seppe di esserlo,
rifarò il censimento di quel nulla
che fu vivente perché fu tangibile
e mi dirò se non fossero
queste solo e non altro la mia consistenza
e non questo corpo ormai incorporeo
che sta in attesa e quasi si addormenta.

(Eugenio Montale, Ai tuoi piedi, in Quaderno di quattro anni)

anacronisticamente.

martedì 3 aprile 2012 | By: Unknown

Mi chiamo Chuck.

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in libreria dal 4 aprile 2012

Aaron Karo

Mi chiamo Chuck
Ho diciassette anni. E, stando a Wikipedia, soffro di un disturbo ossessivo-compulsivo.

Giunti Y

Pagine: 288

Prezzo: € 12,00

EAN-ISBN 9788809759800


UN ESTRATTO:

La mia definizione di sporco e la vostra definizione di sporco probabilmente sono molto diverse. Voi vi lavate le mani dopo aver mangiato il pollo o dopo aver fatto la cacca. Io devo lavarmele dopo aver toccato un animale, un bambino, una cassetta delle lettere, un pulsante dell’ascensore, i soldi – le monete soprattutto –, le mani degli altri, qualsiasi cibo – sale, pepe e condimenti compresi – e qualsiasi cosa io consideri «della natura» – erba, terra, legno e così via.
Mi lavo le mani un botto di volte.
Spesso è l’unica cosa a cui riesco a pensare.

TRAMA

Chuck Taylor ha diciassette anni e mille paranoie. Si lava le mani continuamente, controlla ossessivamente le manopole dei fornelli e il terrore dei germi condiziona le sue relazioni sociali, di fatto quasi inesistenti se si esclude Steve, goffo amico del cuore bersaglio delle angherie dei bulli della scuola. Chuck ha anche una sorella, Beth, che lo ignora al punto da negargli persino l’amicizia su Facebook. La sua giornata è costellata dalla ripetizione di gesti, regole maniacali che lui stesso si è imposto per non perdere del tutto il controllo di sé. E poi ci sono le Converse All Star: ne possiede decine di paia di ogni colore che ha abbinato ai vari stati d’animo. Converse rosse = arrabbiato, gialle = nervoso e così di seguito. I genitori, però, sono sempre più preoccupati e, nonostante le rimostranze di Chuck, decidono di spedirlo dalla strizzacervelli. Ma è l’arrivo di una nuova compagna di classe a cambiare radicalmente la vita di Chuck e ad aggiungere un nuovo colore alla sua collezione di Converse.
Impossibile non ridere con questo esilarante racconto in prima persona di Chuck, uno dei più divertenti e struggenti personaggi della narrativa contemporanea.

L'AUTORE

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Aaron Karo è un giovane autore di libri di fiction umoristica, bestseller nelle classifiche americane e apprezzati per la vena graffiante e sfacciata. Dal 1997 Karo è anche editorialista di una rubrica seguitissima, che ha avuto così tanto successo da diventare un social network. Questo è il suo primo romanzo per YA.

Links interessanti:

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Un uso qualunque di te - Recensione.

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Viola è in un letto, ma non è il suo. Al suo fianco, a dividere con lei le lenzuola, non c'è suo marito ma soltanto uno dei numerosi amanti coi quali tenta di riempire il vuoto che ha dentro. Ed è proprio mentre è in quel letto non suo che Carlo, l'uomo che ha sposato, le lascia uno strano messaggio nella segreteria del cellulare. Sono in ospedale, raggiungimi. Inizialmente, Viola non comprende: l'ansia le offusca la mente, la confonde. Si alza in fretta dal letto, cerca i vestiti e le scarpe, fugge dalla casa del suo amante come un gatto silenzioso. Perché Carlo è in ospedale? Cosa gli è accaduto? Ma, nel momento in cui raggiunge suo marito e lo ritrova lì, sano e salvo nei corridoi asettici dai muri bianchi, capisce: non è di lui che si tratta, ma di sua figlia Luce. In un attimo, il mondo crolla sulle spalle di Viola: la sua inadeguatezza di madre, la sua incapacità di restare al fianco di Carlo, l'uomo che l'ha sempre amata, sfilano davanti ai suoi occhi come scene di un film. Il film che è stata la sua vita sin dal momento in cui ha conosciuto Carlo, al liceo, per poi arrivare a Massimo, il primo uomo col quale l'ha tradito. E adesso che Luce è in ospedale, intrappolata in un letto a combattere contro la morte, il destino sta per riportare a galla un segreto che Viola ha cercato di seppellire nello scorrere incessante del tempo, ma che non ha mai potuto cancellare del tutto.


"Un uso qualunque di te" è un romanzo d'esordio, ma ha già in sé tutti gli elementi di un'opera matura e pensata. La scrittura di Sara Rattaro è molto particolare, carica di metafore e di splendide immagini che si susseguono pagina dopo pagina a un ritmo incessante al quale è impossibile sottrarsi. E' un torrente in piena, la scrittura di questa giovane autrice. L'unica parte del romanzo che mi ha leggermente delusa è la parte iniziale, quando Viola ricorda l'inizio della sua storia con Carlo. Ecco, si vede lontano un miglio che la scrittrice non crede che sia davvero amore, quello che Viola prova per il futuro marito, e questo emerge nel modo di raccontare la loro storia: storia che, in verità, suona scontata e scialba. Troppi cliché: basti pensare alla classica prima volta sulla spiaggia. In realtà, è proprio Carlo che non mi convince! è un personaggio anacronistico, una specie di poeta stilnovista che si ritrova catapultato ai giorni nostri senza capire esattamente come ci è arrivato. Non esistono, uomini come Carlo. Uomini che parlano come lui. Perfetti come lui. Ecco, questo non va. Tuttavia, la storia di Carlo è l'unica nota stonata di tutto il romanzo: per il resto, ho apprezzato molto la maestria con la quale la Rattaro ha saputo portare su carta il dolore, le sue fasi, la sua evoluzione. Il personaggio di Viola è intenso e carico di vita: lei è La Storia che regge il romanzo e, nella sua complessità, nelle sue incertezze, è in realtà l'unica donna veramente forte che incontriamo tra queste pagine. L'unica che, per amore, è disposta a tutto: anche a sacrificare se stessa.

In conclusione, non mi resta che porgere i miei complimenti a questa autrice. Cara Sara, la tua scrittura è poesia. Un po' più di attenzione alla caratterizzazione dei personaggi e sarai perfetta. E direi che rasentare la perfezione già col romanzo d'esordio è uno straordinario risultato.
lunedì 2 aprile 2012 | By: Unknown

Moda Vilona.

Già, la tinta. Ma sono ancora marrone. Spiegatemelo: qual è il mio problema? ho un capello rossorepellente? brown to the core? perché diavolo mi tingo e ritingo e stratingo e rimango sempre marrone? bene, questo mi deprime parecchio. in compenso abbiamo deciso cosa fare a pasquetta, e questa è già una buona notizia. E dovrei comprare un netbook e un kindle ma non ho soldi, quindi facciamo che fate tutti una colletta, vi riempite la libreria con cento copie identiche del mio unico libro edito e mi fate contenta? su, che vi costa? che poi, sto ancora aspettando il magro guadagno dell'anno scorso dalla mia casa editrice. arriverà, non arriverà? chissà perché non sono molto ottimista a riguardo. comunque. mio padre vuole fare l'impresario, ché da presidente della pro loco di un merdoso paesino pugliese a fare l'impresario non ci passa poi tanto, a suo parere. non è un mio problema. oggi è arrivata per posta un'altra copia di Moda Vilona. Ma dico, se devi inventarti un giornale per vendere capi d'abbigliamento via posta perché lo chiami Moda Vilona, perdindirindina? chiamalo postalmarket o euromoda, ecco. ma cazzo, non Moda Vilona che mi dà tanto di Velona e mi fa sentire una vecchia rimbambita. moda vilona. a furia di ripeterlo ti flashi. moda vilona. moda vilona. tutti insieme! moda vilona. moda vilona. moda vil...

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domenica 1 aprile 2012 | By: Unknown

Alla fine di Waiting Room.

Non scrivo sul blog da tanto tempo, ma ho avuto i miei quasi buoni motivi. Uno di questi è la fine del mio secondo romanzo. Ed è incredibile pensare a quanto le sensazioni cambino, di romanzo in romanzo: alla fine de "Il fiume scorre in te" mi sentivo svuotata, rotta di balle e stanca. Adesso, ogni volta che leggo l'ultima pagina di "Waiting Room" mi viene una certa malinconia buona che mi prende da dentro lo stomaco e si espande in tutto il corpo. Una specie di languidezza, ecco. Mi sento bene, però. Non sono triste e scocciata come dopo la fine del mio primo romanzo, no. Sono libera di iniziare una qualunque altra storia, posso fare tutto ciò che voglio e sono profondamente soddisfatta del libro che ho appena concluso. Ho la netta sensazione di aver fatto un buon lavoro o comunque di aver fatto un lavoro sicuramente migliore del primo. In questo preciso istante, Waiting Room è in viaggio. Raggiungerà presto la sede di un concorso letterario nazionale. Per il resto...basta, incrociamo le dita. Ché fare lo scrittore emergente di professione è impegnativo e anche un po' triste, ma avremo la pazienza di affrontarlo. Nell'attesa, vado a rifarmi la tinta, ché mi si è sbiadito il rosso e sono tornata marroncacca.

"Gli tremavano le mani e fu lì, in quelle mani che tremavano, che posi tutta me stessa, il mio essere ormai perduta, il troppo tardi. Chiusa tra le sue dita, sentivo il mondo tremare con Angelo e nell'insicurezza, nel brivido, nel sudore freddo dell'uomo che amavo trovai il mio posto. E fui al sicuro."



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